Alex Zanardi: la sfida nella sfida – Nati Per

Alex Zanardi: la sfida nella sfida

30 Nov 2017

Intervista di Mara Sangiorgio

Passione. Umiltà. Opportunità. Parole della vita, che Alex Zanardi usa spesso. Chi lo conosce almeno un po’ sa che quando racconta del suo incidente del 2001 in Germania lui inaspettatamente ne parla proprio come una grande opportunità. Che sembra già qualcosa di pazzesco. E invece le quattro medaglie d’oro conquistate ai Giochi paralimpici di Londra 2012 e Rio 2016 e gli otto titoli ai campionati mondiali su strada dimostrano in effetti che ha ragione lui. Alex si sente un privilegiato, sa che il fatto di essere e chiamarsi Zanardi in parte a volte lo ha aiutato, ma quello che più di tutto lo ha portato a continuare in modo e con una passione diversa la sua vita sono state la curiosità e la forza di volontà. Insieme a tanti sogni. Come quello di portare alle Paralimpiadi di Tokyo 2020 tre ragazzi pronti a giocarsela, come lui, su un’handbike. Il percorso è lungo ma Obiettivo 3 – questo il nome del progetto di Alex – è nato prima di tutto con la volontà di dare una chance a ragazzi che come lui hanno la passione per questo sport e incanalare i loro sforzi nella maniera giusta.

Domenica 26 novembre dalle parole si è finalmente passati ai fatti e soprattutto al sudore. Il primo gruppo di ragazzi selezionati lo scorso luglio a Padova hanno vissuto l’emozione di avere per le mani e poi portare addosso il “loro primo numero” in una competizione vera, la Firenze Marathon.

“Un freddo così non credo di averlo mai preso in tutta la mia vita – ci ha raccontato Alex – Dire che le condizioni erano al limite è un eufemismo ma sono arrivati tutti in fondo, tranne quello che accompagnavo io. Stare lì con loro, vedere la loro sofferenza ma soprattutto il loro sforzo è stato qualcosa di incredibile. Come vederli attaccare il loro primo numero. E’ lì che inizia la sfida”.

E anche questa tua nuova sfida è iniziata quindi. Alex oramai ti conosciamo, sei instancabile e un vulcano di idee: quando e come è nato Obiettivo 3?

“Facile, è riconducibile al mio amore per un mondo dove lo sport deve essere capace di ispirare. Mi viene in mente Lewis Hamilton adesso, perché ha appena conquistato il suo quarto Mondiale. Quello che mi ha sempre colpito di lui è la sua maturità. Con il volante tra le mani fa qualcosa di incredibile ma sotto c’è qualcosa di più. C’è un ragazzo che con l’impegno è arrivato a fare qualcosa di incredibile. E’ vero, a volte è troppo difficile provare a identificarsi in qualcuno che vedi irraggiungibile ma a volte è l’ispirazione che conta. E allora eccomi qui, a provare a fare qualcosa in più. Provare a mettere una persona disabile nelle condizioni di fare qualcosa di importante. Che si arrivi o meno a Tokyo forse non conta. Quello che conta è dare a questi ragazzi un’opportunità”.

E’ un’altra fase della tua vita, fare da coach a questi ragazzi? Una sfida nella sfida, provare a creare una sliding door nelle loro vite…

“Lo dico sempre, a volte mi rendo conto di essere un po’ ripetitivo ma mi sento un privilegiato se ripenso alla mia vita. Alla quantità delle cose che ho fatto. Non è una seconda vita, è sempre la stessa che cerco di arricchire con un altro pezzetto del puzzle, un’altra esperienza. E’ vero, quando i ragazzi mi incontrano in generale io sono Zanardi, uno che la gente ferma per strada per fare dei selfie, uno importante. Ci sta, perché credo nella mia vita di aver avuto tanta luce anche se la verità è che mi sento una persona normale che quando può ci prova. Non sono un santo ma mi piace l’idea di avere del tempo per diffondere questo messaggio, per far capire anche a loro che il vero segreto nella vita è provarci”.

Cos’è che continua a spingerti a cercare queste nuove sfide? La passione, la curiosità: sono i tuoi elisir di lunga vita

“Penso di sì. E ci ho messo un po’ a imparare che la curiosità poi non basta. Bisogna anche essere scaltri e lucidi. L’ambizione è una cosa forte ma poi lo sprint finale te lo da la passione perché è quella che ti spinge e chi fa sembrare tutto più facile per arrivare al traguardo. Prima di tutto nella vita bisogna essere sincere con se stessi: rispondere sempre alla domanda “dove voglio andare?”. Ovviamente non tutti siamo Lewis Hamilton o Usain Bolt ma è arrivare a essere dentro quel gruppo lì che conta. E lì possono riuscirci tutti. Arrivare in finale e già tanta roba, è già sufficiente per soddisfare ambizione e passione. Guardate me, io ho vinto perchè sono salito in bici e non perché volevo vincere. Il vero piacere sta nel provarci, sembra a volte difficile da crederci ma è così e io ne ho avuto la conferma a Londra, nel 2012, quando ho vinto e nello stesso tempo ero felice e triste perché ero arrivato, avevo raggiunto l’obiettivo. La vera bellezza è stato il percorso e non il traguardo in sé”.

Tu hai avuto il coraggio, di provare, di cambiare forse. Eri e sei adulto. I tuoi ragazzi sono più entusiasti o più impauriti del fatto di provare a fare qualcosa di grande?

“Entrambi. Ho da raccontarvi l’esempio di Laura (Bassi), una delle ragazze che hanno partecipato alla maratona di Firenze. Man mano che si avvicinava alla gara di domenica aveva sempre più dubbi, è normale. Ha provato a cercare in me un appoggio, per non farla. E’ stato un tentativo buffo e invece io l’ho spronata e domenica, quando è arrivata al traguardo tra l’altro in condizioni difficilissime piangeva di gioia. Era gasata, carica, grintosa. Da qualche parte bisogna partire. Quando nella vita ti abitui a rinunciare lo fai poi di default. A mio figlio ho raccontato di quando ero ragazzo e andavo a scuola. Avevo un compagno che ha rinunciato a studiare per andare subito a lavorare: allora mi sembrava bello che quando usciva dal lavoro lui poteva ritrovarsi alla panchina dove ci vedevamo insieme e stare lì senza pensieri. Adesso, dopo tutti questi anni lui fa la stessa vita di allora, esce dal lavoro, ma quando passa da quella panchina è vuota. Ha fatto una scelta che lo ha imprigionato in quella vita lì mentre altri sono andati avanti. Bisogna sempre provare a fare qualcosa, a mettersi in gioco per non ritrovarsi da soli su quella panchina vuota”.

 

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