Alle donne servono esempi, oltre che condizioni sociali. Ma il loro ruolo è sempre più importante e la ricerca ne beneficerà per sempre. – Nati Per

Alle donne servono esempi, oltre che condizioni sociali. Ma il loro ruolo è sempre più importante e la ricerca ne beneficerà per sempre.

08 Mar 2017

Colloquio con Luisa De Cola, AXA Chair on Supramolecular Chemistry at the University of Strasbourg

Luisa De Cola è una delle più importanti ricercatrici a livello mondiale. Chimico di formazione, ha lavorato in Italia, Olanda, Germania, Francia, oltre ad essere “visiting Professor” in  USA, Giappone, Spagna. Direttore del laboratorio di chimica supramolecolare e biomateriali all’Istituto di Scienze dell’ingegneria molecolare dell’università di Strasburgo, e’ esperta di nanomateriali e ha accettato di rispondere alle domande dell’AXA Newsroom sullo stato dell’arte della lotta ai tumori e sul ruolo delle donne oggi nella scienza.

 Ci parli di lei e del suo lavoro

Sono un chimico dei materiali per applicazioni in biologia e medicina. Studiamo materiali cosiddetti hard, rigidi, a base di silice, la materia con cui è composto il vetro. Sono sistemi porosi e quindi permettono di inserire farmaci o marcatori per imaging. A differenza del vetro però I materiali che sviluppiamo possono essere piccolissimi, pochi nanometri ed avere forme diverse. Inoltre si possono rompere con uno stimolo  chimico o fisico. Questi nanomateriali sono un buon mezzo per il rilascio di farmaci, sono dei piccolissimi contenitori, e possono essere utilizzati ad esempio per la cura dei tumori e noi lavoriamo sul tumore del fegato. Il mio gruppo lavora con medici e biologi per studiare la tossicità di questi materiali e capire i meccanismi di eliminazione dei contenitori dell’organismo. Speriamo che servano per la cura dei tumori ma anche di altre malattie, cosiddette rare, spesso provocate dalla mancanza di enzimi, molecole fragili e quindi difficili da somministrare a un paziente con i metodi tradizionali.

Ci sono solo materiali hard?

No esistono anche materiali “soft” morbidi. E infatti noi lavoriamo anche con materiali che possono ricordare come struttura lo zucchero filato. Si tratta principalmente di idrogel biodegradabili, composti al 95% di acqua e possono essere distrutti in pochi giorni o in mesi. Vengono iniettati come un liquido e hanno la caratteristica che divengono solidi una volta in contatto con le pareti dello stomaco o dell’intestino. Per questo potrebbero essere utilizzati per ricostituire un tessuto o riempire delle lesioni.

Lei è un caso esemplare. Ma qual è oggi il ruolo delle donne nella scienza e nella ricerca?

Le donne hanno un ruolo importante e negli ultimi anni abbiamo visto un cambiamento importante. Oggi le studentesse, le dottorande e/o i postodocs sono sempre più numerosi. Il problema delle donne scienziate che coprono cariche importanti e arrivano ai livelli più alti resta. Questo e’ un problema sociale, quindi legato al luogo dove si vive. E anche qui occorre sfatare alcuni stereotipi. In Italia e in Francia, per esempio, si supporta la donna che decide di percorrere una carriera impegnativa come quella scientifica senza dover rinunciare a quella familiare. Molto più che in Germania  e Olanda, per esempio, che per altri versi sono molto più avanti del nostro paese e anche della Francia ma dove però l’organizzazione della società impone spesso di rinunciare alla famiglia o di rinunciare alla carriera. Per questo un caso come quello di Angela Merkel, che poi è anche un chimico, oltre che un politico e una donna di famiglia, è da ammirare ancora di più. In ogni caso io sono ottimista, perché vedo che le cose lentamente stanno cambiando in meglio e il numero di college donne aumenta!

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Come giudica l’impegno dell’AXA Research Fund?

Decisivo in due sensi. Da un lato il contributo economico di AXA è  essenziale per sostenere molte ricerche d’eccellenza. Ma se posso, direi che questo è l’aspetto meno importante. Quello più cruciale è l’impatto che AXA ha creato a livello psicologico. Le donne infatti spesso hanno paura di affrontare una carriera nella ricerca, perché è un percorso che richiede impegno, dedizione e sacrificio, di se stesse e della propria famiglia. Avere vicino un partner come AXA è molto incoraggiante  perché si tratta di una compagnia che crede nel futuro e prova a supportare chi lo costruisce nel silenzio quotidiano.

Cosa altro si potrebbe fare per incoraggiare le donne a intraprendere una carriera scientifica?

Credo che oltre alle condizioni sociali servano modelli positivi, di riferimento e di emulazione. Spesso le donne abbandonano le loro ambizioni perché trovano più consono e socialmente accettato dedicarsi ad altre attività, come la famiglia, un ruolo che è più facile fare proprio. Ma in questi casi quasi sempre si tralascia troppo presto la possibilità di avere una doppia funzione che non esclude quella di crescere i figli pur essendo persone di successo. Non dimentichiamo infatti che la donna è multitasking per definizione e molto piu pragmatic degli uomini.

Quali sono stati i suoi modelli?

A dodici anni ho letto la vita di Marie Curie e mi ha impressionato moltissimo. Credo sia stato il libro decisivo per farmi scegliere la ricerca. La Curie infatti ha avuto una vita movimentata come donna, scegliendo un marito famoso e ingombrante con cui in parte era anche in competizione, come potevano esserlo le donne nella sua epoca. Poi non posso non ricordare Rita Levi Montalcini, un grande esempio di coraggio e di capacità di ricerca, oltre che di umanità. E parlando di umanità e di sostegno penso che un esempio fondamentale per me sia stato mia madre, che mi ha sempre incoraggiato. Infine, credo che anche le personalità politiche, indipendentemente dall’appartenenza, siano importanti, perché dimostrano che si può portare avanti anche un ruolo che fino a ieri sembrava solo destinato a uomini.

Nel suo lavoro ha sempre sottolineato l’importanza della ricerca e della prevezione. Ma come metterla in pratica davvero? Come costruire una cultura della prevenzione?

Prevenzione è una parola grossa e il problema non e’ di facile risoluzione. Riguarda sicuramente lo stile di vita, legato alle abitudini quotidiane. E questo può significare semplicemente fare più sport, mangiare meglio, trovare del tempo per noi stessi… Del resto è anche vero che la nostra società è più stressante di quella di anche solo venti anni fa. Basti pensare al ruolo dei media, che da un lato aiutano a organizzare attività fino a pochi anni fa impensabili, ma dall’altro rendono il tempo contratto, sempre più teso. E le ricerche dimostrano che questa tensione è causa di molte delle malattie contemporanee.

C’è una soluzione?

Una soluzione c’è sempre. Io suggerisco di riappropriarsi del proprio tempo, decidendo scalette di priorità che mettano al centro noi stessi e i nostri cari. Quindi fare più prevenzione medica,  comportandosi come con le automobili, che hanno tagliandi obbligatori a scadenze fisse. Bisogna insomma avere più riguardo per il proprio corpo, che poi è un modo per rispettare anche chi è intorno a noi. La verità è che diamo per scontate molte cose che scontate non sono affatto. Ecco, questa è la prima cosa da fare pensando alla cultura della prevenzione: mettersi al centro e guardare nel lungo periodo. Ovviamente, io per prima, tendo a trascurare la salute, e sono consapevole che spesso la paura di un medico o di un’analisi blocca il processo. L’ignoranza e è ciò che ancora oggi impedisce a molti di fare analisi che in realtà sono indolori, non invasive e “facili”. Ecco, la prevenzione mi pare l’unica via da intraprendere per migliorare la nostra vita, non c’è un’alternativa.

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