Big Data. Che cosa sono, a cosa servono e come stanno cambiando la nostra vita (senza che ce ne accorgiamo) – Nati Per

Big Data. Che cosa sono, a cosa servono e come stanno cambiando la nostra vita (senza che ce ne accorgiamo)

20 Set 2016

Forse il caso più clamoroso risale al 2008, quando analizzando le ricerche fatte dai propri utenti americani, Google riuscì a prevedere come stavano aumentando in quel momento i virus dell’influenza prima, più velocemente e molto più accuratamente delle autorità di Washington. La verità è che dalla ricerca medica a quella del petrolio, dalle auto senza pilota allo shopping on line, dall’elezione di Barack Obama all’ultima tra Hillary Clinton eDonald Trump, i Big Data, cioè l’interpretazione di moli enormi di dati in tempi rapidissimi e costi minimi, stanno dominando la nostra vita. Anche se noi, spesso, non ce ne accorgiamo.

La rivoluzione del digitale

Il motivo in fondo è semplice. Lo sviluppo di Internet è stato talmente forte e veloce che in pochi anni ha cambiato tutto, generando un flusso così incredibile che tutte le informazioni accumulate nel corso degli ultimi due anni hanno superato l’ordine degli zetabyte (1021 byte). Un record mai neppure immaginato dall’umanità precedente agli ultimi decenni. Un solo esempio. Nel 2000 il 75% delle informazioni era raccolto su carta, plastica magnetica e altri supporti analogici. Solo il 25% era in digitale. “Nel 2013 invece”, ha scritto Martin Hilbert, della Annberg School for Journalism della University of South California, “l’analogico era ridotto al 2% e il digitale salito al 98%”. Capire queste trasformazioni, leggere questi dati, interpretarli con algoritmi veloci e poco costosi, è il modo per renderli informazioni, ovvero elementi rilevanti per qualcuno. Il potere dei Big Data è tutto qui. Ecco spiegato dunque perché il 64% delle organizzazioni mondiali ci sta investendo. Certo, tra il desiderio e la realtà c’è differenza: fra le migliaia di aziende che la cercano solo l’8% ha sviluppato una soluzione per i Big data, solo il 20% ha pronto un prototipo, solo il18% ha elaborato una strategia. Mentre il 19% è ancora fermo e lontano, alle prese con la raccolta dei dati. Se i dati abbondando ma le informazioni possono aspettare.

Non solo tecnologia, ma anche bastoni da passeggio

Il problema è che ci sono ambiti dove i dati, sebbene crescano in maniera esponenziale, non sono sempre disponibili a tutti perché non vengono condivisi. Il più importante e conosciuto è la medicina. Ma oggi i Big Data non riguardano solo il settore sanitario e tecnologico, che offre gli strumenti (cloud computing, algoritmi, etc.), ma soprattutto i business che spaziano dai trasporti allo sport, dalla salute appunto alla  chimica farmaceutica, dalla finanza alle assicurazioni. Tutti i settori sono toccati da questa rivoluzione veloce e silenziosa che coinvolge la vita di tutti, ovunque vivano e qualunque sia il lor status. Negli ultimi tempi si parla molto di smart cities e ordine pubblico. Ebbene, iBig data aiutano a capire in quali aeree delle città mettere più risorse e in quali momenti della giornata gestire traffico e forze dell’ordine. Nel marketing invece i Big Data oggi aiutano a spingere le operazioni di “raccomandazione”, proponendo cioè acquisti sulla base degli interessi mostrati da un cliente rispetto a milioni di altri. Se una persona anziana cerca un bastone da passeggio su Internet, gli algoritmi analizzano gli oggetti visitati o acquisiti in precedenza, compongono un profilo del cliente potenziale, identificano uno stato, lo differenziano da tutti gli altri e iniziano a mandargli messaggi con offerte, sconti o soluzioni ritenute coerenti. Il punto è che la risposta è quasi sempre positiva.

Dalle smart cities alle fluttuazioni di borsa

Nel 2010 l’University of Indiana ha tracciato una correlazione tra l’andamento del Dow Jones e gli umori percepiti dagli account Twitter degli operatori di borsa. Il fatto che l’analisi dei Big data permetta questo (e molto altro) fa passare in secondo piano l’attendibilità di questo studio. Non solo. A soli 34 anni, Harper Reed, la mente tecnologica della campagna elettorale di Barack Obama, pensò, organizzò e diresse la più grande operazione di data-mining, cioè di estrazione e analisi dei dati, della storia, riuscendo a predire e influenzare le preferenze di voto. Che questo sia ai limiti del Grande fratello di Orwell è stato considerato meno importante del risultato.

I Big Data però permettono anche di analizzare la nostra mobilità, scoprendo che se è di certo governata dalle leggi di potenza – la maggioranza delle persone si muove poco e solo in casi anomali poche centinaia di chilometri – grazie agli algoritmi è possibile prevedere la posizione di una persona 93 volte su cento. Paradossalmente, il software si sbaglia solo nel percorso dei luoghi più frequentati.

I segreti dell’algoritmo e i modelli di interpretazione

Tornando alla medicina, grazie ai Big Data il professor Alessandro Vespignani della Northeastern University GLEAM (Global Epidemic and Mobility Model) ha elaborato il primo modello che permette di simulare la diffusione delle ILI su scala globale. Ma è solo l’ultimo esempio dei milioni che si potrebbero fare e che saranno superati proprio mentre scrivo questo articolo. Questo è forse l’aspetto più interessante, e anche impressionante: fino a pochi anni fa per analizzare una quantità media di dati un ricercatore avrebbe impiegato anni e si sarebbe dovuto servire di strumenti elaboratissimi da milioni di dollari. Oggi, invece, con un semplice algoritmo quelle stesse informazioni possono essere elaborate in poche ore, grazie a un laptop come quello usato per scrivere questo articolo che permette di accedere alla piattaforma di analisi. Questa è la rivoluzione Big Data, che presuppone nuove capacità di collegare fra loro le informazioni per fornire un’interpretazione visuale ai dati, suggerendo modelli di interpretazione fino a ora inimmaginabili.

La sfida dei dati

Come tutte le rivoluzioni tecnologiche e sociali, i Big Data possono essere o un’immensa opportunità o un grande rischio. Di questo e molto altro si dibatterà Forum annuale di AXA Italia, dedicato alle “Sfide dei dati e il ruolo delle assicurazioni” e previsto per il 25 ottobre prossimo al Palazzo delle Esposizioni, che ospita nello stesso periodo l’Esposizione Quadriennale di Roma.

La sfida è evidente: tutto dipenderà da come i dati saranno usati e dalle policy che verranno condivise. Fra queste uno dei problemi più grandi è il tema della privacy e del rispetto dell’identità. La diffidenza dei ricercatori, le aziende e anche di molti guru a condividere i dati sensibili è ancora molto alta, soprattutto nel campo della ricerca medica dove ogni giorno si registrano milioni di decessi solo perché non c’è la volontà precisa e dichiarata di condividere i dati e quindi di costruire informazioni. “E’ il business che determina i tempi di risposta”, ha dichiarato Alessandro Curioni, direttore del centro ricerche di Zurigo, al Sole 24 Ore. “Se studio come cambia il clima non ho bisogno di incanalare grandi quantità di dati in poco tempo, posso lavorare con altri margini. Se invece ragiono come un motore di ricerca devo concentrarmi sulla velocità. Il compito dello scienziato è anche quello di tenere conto di queste variabili”. I Big Data insomma non sono un metodo ma un punto di vista, un approccio alla ricerca. E’ da qui che dovremmo partire per scrivere il nuovo capitolo del nostro futuro.

 

Walter Mariotti per AXA Newsroom

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