Città sostenibili: come si sta evolvendo il nostro modo di pensare le nostre città – Nati Per

Città sostenibili: come si sta evolvendo il nostro modo di pensare le nostre città

23 Feb 2017

Intervista a Giacomo Biraghi

Giacomo Biraghi è esperto internazionale di strategie urbane. Specialista nella gestione strategica di progetti territoriali complessi, cura in Italia e all’estero iniziative per amministrazioni pubbliche e società di servizi locali, come il Piano di Governo del Territorio di Milano e Cityprofile di Buenos Aires. È tra i fondatori di Secolo Urbano, un’associazione che riunisce un gruppo di urban consultant per pensare le città del domani.

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Come nasce l’idea di Secolo Urbano?

In tutte le nazioni, esiste un punto di riferimento per chi si occupa di città, spesso si tratta di professionisti, come ad esempio architetti, esperti in urbanistica e mobilità, sociologi, media specializzati o anche blogger. Fino a qualche anno fa, non esisteva un punto di riferimento italiano sulla città o un’idea di agenda urbana. Da questo vuoto nasce Secolo Urbano, che nel 2017 vivrà il suo debutto ufficiale, un luogo di ritrovo di urban pratictioner. Secolo Urbano riunisce esperti di città con varie provenienze geografiche e professionali e si relazionerà con varie realtà nazionali e internazionali.

Quando parli di agenda urbana a cosa ti riferisci?

In Italia manca un’agenda, un manifesto, un elenco di priorità che possono essere messe in campo per rendere le nostre metropoli luoghi più vivibili e interessanti. Questa si può costruire solo mettendo insieme i vari esperti di città e facendo rete a livello nazionale tra gli attori del settore.

Perché secondo te manca un’agenda urbana italiana?

Innanzitutto perché abbiamo un sistema formale che predilige una scala regionale anche dei rapporti metropolitani. Inoltre, a differenza di altri casi internazionali, le città sono sempre state viste come un problema e non come una soluzione. Nel resto del mondo, invece, c’è l’idea che i problemi connessi alla città, come l’inquinamento o la congestione, possano essere superati attraverso l’innovazione dei contesti urbani.

Da dove dovrebbe partire l’innovazione delle nostre città?

Sicuramente da un fenomeno che si può riassumere come “accelerazione del fenomeno urbano”, secondo il quale le città sono la soluzione dei problemi e non la causa. Dovremmo quindi invertire il nostro modo di pensare. Si è sempre arginato lo sviluppo dei nostri centri urbani, delle reti, dei collegamenti, si è sempre frenata l’apertura delle città alle attività commerciali. È necessario, invece, che la città diventi un punto nevralgico. A partire dalle industrie che dovrebbero spostarsi dalle periferie al centro. Bisognerebbe inoltre dare spazio a tutte le tipologie di mobilità e non aprire una guerra tra mobilità e trasporto pubblico. Questo perché una corretta agenda urbana favorisce la crescita e lo sviluppo sociale.

Perché le industrie devono spostarsi dalle periferie al centro, avviando un processo inverso rispetto a quello che ha caratterizzato l’industrializzazione del ‘900?

In Europa e America, abbiamo assistito al progressivo spogliamento dei centri storici e delle zone centrali perché predominava l’esigenza di cercare case più grandi a un costo minore. Ora sta avvenendo l’esatto opposto.

Prima si pensava che si dovessero attrarre le aziende dando aree “gratuite”, con incentivi e sgravi perché si credeva che le industrie non avrebbero accettato di non avere incentivi. Dal 2000 invece si è iniziato a investire sul centro delle città attirando creativi, giovani e turisti.

Quali sono le città più innovative italiane secondo te?

l’Italia sta eccellendo soprattutto sulle second areas, cioè sulle città tra i 100 e i 500mila abitanti. Facendo un esempio di città di “secondo ordine”, c’è Bologna che ultimamente sta proseguendo un suo percorso di innovazione puntando molto sulla rivitalizzazione del centro storico, sulla pedonalizzazione intelligente, e sul coinvolgimento dei piccoli industriali stimolando la microimprenditorialità.

Come micrometropoli citerei la città di Trento, decisamente originale dal punto di vista culturale in quanto investe in musei importanti e grandi rispetto alla sua grandezza e sull’innovazione, con incubatori di startup che attirano tanti giovani talenti.

E in quali città sarebbe una maggiore sfida investire in innovazione?

Mi viene da pensare a due grandi poli urbani che possono integrare le politiche di sviluppo anche dal punto di vista amministrativo. Il primo agglomerato urbano interessante lo chiamerei Adriatico, tra Rimini e Ancona, città che dopo aver subito un momento di crisi economica e turistica stanno riscoprendo una nuova natura. Se lavorassero insieme potrebbero avere uno sviluppo incredibile.

Altro esempio è Trieste, con la sua natura di confine e una grande quantità di spazi. Chilometri di porto inutilizzati, grande varietà di aziende triestine che oggi hanno filiali su tutto il territorio italiano.

 

 

@secolourbano

secolourbano.com

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