“Con i Big Data cambia il nostro modo di pensare e vivere”. Intervista a Monica Fabris – Nati Per

“Con i Big Data cambia il nostro modo di pensare e vivere”. Intervista a Monica Fabris

17 Ott 2016

“I Big Data non sono un tema inquadrabile secondo i canoni consueti della ricerca e dell’analisi sociologica o economica. Hanno bisogno di un ripensamento teoretico, dunque filosofico. Per questo sono cruciali nel nostro tempo e forse ci affascinano ancora di più. E per questo siamo stati felici di lavorare sui Big Data con AXA Italia”.

Mentre parla Monica Fabris ha gli occhi che sorridono. Presidente di Episteme, istituto di ricerca rilevato nel 2011 all’avanguardia in Italia, laurea in filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, nel 1992 Monica Fabris diventa responsabile dell’Area Qualitativa di GPF & Associati. Un’azienda che la fa crescere e dove dal 1998 al 2007 è membro del board direttivo e responsabile area di ricerche sul Brand (Brand Care System), prima di diventare presidente.

Esperta di psicologia dinamica applicata alla metodologia della ricerca sociale, Monica ha collaborato con la cattedra di “Teoria e Tecniche della pubblicità” dell’Università IULM e tenuto seminari sul marketing e l’innovazione presso l’Università Statale di Milano. Fra i suoi lavori teorici, non si può non ricordare un illuminante saggio sulla comunicazione pubblicitaria del settore auto, apparso nella pubblicazione Il dolce tuono (Franco Angeli, 2007).

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Che cosa è Episteme, dottoressa Fabris?

Un gruppo di lavoro che fonda il suo specifico sulla dialettica, il metodo principe della filosofia occidentale. Oltre a questo abbiamo voluto tener fissi la condivisione costante e il valore aggiunto della ricerca: discutere e ragionare insieme è ciò che ci ha permesso anni di affiatato lavoro di squadra e risultati per i nostri interlocutori, partner e clienti. A Episteme siamo interessati alla multidisciplinarietà e al background individuale, fatto di passioni e interessi differenti e a volte  persino divergenti. In questa prospettiva, il tema Big Data è piuttosto un orizzonte mobile, che cambia tutte le regole del gioco, proponendo o forse imponendo una vera e propria metanoia, un cambiamento radicale del nostro modo di pensare e di vivere. Quindi un allineamento nuovo fra noi stessi e il mondo. Se vogliamo è un’idea di partnership inedita, fra individui, società e mercato che riformulano il proprio destino. Diverso ma sempre più comune.

Perché i Big Data sono così importanti ma anche preoccupanti?

E’ una buona domanda, ma ci vuole un po’ di pazienza per rispondere. I Big Data sono importanti perché interrogano l’Occidente nel profondo. Gli algoritmi su cui si basano, infatti, animano i cittadini perché danno loro nuove opportunità. Allo stesso tempo, però, dal momento che si tratta di operazioni invisibili e sconosciute alla maggior parte, diventano anche inquietanti, andando a toccare fantasmi di insicurezza che possono diventare anche persecutori.

E’ questo che tocca l’Occidente?

Credo di sì.

Perché?

L’Occidente si fonda sul rapporto rischio/sicurezza, in qualche modo è la manifestazione di questo rapporto. In Occidente infatti, rispetto ad altre culture, non abbiamo mai sposato la cultura del rischio quanto piuttosto la ricerca della sicurezza, che è una dimensione costante e portante di tuttala nostra storia, economica, individuale e culturale.

Vale anche per l’Italia?

Soprattutto. Il fatalismo tipico degli italiani è l’esorcizzazione del rischio continuo, imperscrutabile, a cui sembra che non si possa opporre nulla, a differenza di altre culture più volitive e organizzate che hanno sviluppato, in Occidente, una cultura della prevenzione.

Ma gli italiani cercano sicurezze ovunque.

Si, ma in maniera schizofrenica. Da un lato noi cerchiamo senza dubbio sicurezza, che banalizzando è un percorso che si estende dalla famiglia al posso fisso. Dall’altro però con questo modo di procedere, spesso estemporaneo e irrazionale, coltiviamo il rischio, l’incapacità di prevederlo e di gestirlo, come purtroppo emerge nei drammatici esempi che regolarmente si abbattono sul paese, ma anche nei microepisodi della nostra vita individuale, quotidiana.

I Big Data ripropongono questa dualità?

Esattamente. I Big Data sono la materializzazione della contraddizione rischio/certezza: da un lato moltiplicando le possibilità, dall’altro creando il fantasma di una realtà ormai chiara ed evidente anche se non del tutto visibile. Del resto, la nostra vita quotidiana è completamente cambiata negli ultimi cinque sei anni. In maniera impensabile.

Concordo ma a cosa allude precisamente?

Oggi la tecnologia non è più un semplice aspetto delle nostre realtà, personali o economiche. Non è un ambito ma una dimensione, anzi la dimensione dove accade tutto e che contiene tutto il resto.

Lei cosa pensa che accadrà?

In un mondo in cui i Big data sono l’anima e la spina dorsale della realtà, sebbene invisibili, “noi” non siamo più “noi” ma “tra noi” c’è un terzo, qualcos’altro che prima non c’era e che apparentemente non si vede.

Il terzo incomodo?

Incomodo perché non lo conosciamo, molto comodo se lo conosciamo. In ogni caso tra me e te c’è oggi qualcosa o qualcun altro, che può essere un angelo o un mostro, a seconda delle interpretazioni che si basano solo su una cosa, la conoscenza.

Uno scenario da Matrix. O da Blade Runner…

Dipende. Questo terzo è fatto di tracce, di dettagli insignificanti, di dati banali che diventano informazioni cruciali al di fuori del nostro controllo, che lo vogliamo o no. Gli attrezzi che usiamo ogni giorno, le decine di device e operazioni che compiamo raccolgono dati involontari e spesso inconsapevoli che finiscono in un processo che è al di fuori dei nostri limiti e quindi, sebbene produca sicurezza e positività, effetti e risultati, può generare nuove paure. Da questo il ruolo fondamentale delle assicurazioni nel presente e nel futuro.

Come operatori culturali?

Di fronte a un mondo dove le tracce possono diventare persecutorie, il nuovo ruolo delle assicurazioni è evidentemente culturale: sono loro i soggetti presupposti, per la loro storia e la percezione che hanno sulla società, gli unici a potersi candidare a capire, spiegare e gestire il fenomeno, disattivando così ogni eventuale fantasma negativo.

Agenzie culturali, prima ancora che operatori di sicurezza?

E’ ormai la stessa cosa. Perché al di là delle riserve etiche oggi solo gli erogatori di servizi individuai diventano erogatori plausibili di fiducia. Oggi le assicurazioni non sono solo aziende quotate in borsa che forniscono servizi, ma sono vere e proprie media company che erogano cultura, di cui testimonia i prodotti che elaborano.

I prodotti assicurativi come tracce di un pensiero?

Proprio così. Oggi come ieri le assicurazioni riflettono lo stato del Paese. A differenza di altri settori però hanno la possibilità, e quindi il dovere, anche di mercato, di elaborare un pensiero che si esprima in prodotti, che sono prima di tutto soluzioni alla trasformazione della società. Senza questa elaborazione, se non esprimono questa consapevolezza, sicuramente i prodotti non verranno accolti, ovvero acquistati.

Azzardi un’ipotesi sul profilo delle assicurazioni del futuro.

Non è difficile. Se i prodotti assicurativi dovranno continuare a dare importanza e contenere tecnologia, le aziende dovranno facilitare per primi i cittadini a comprendere i meccanismi della realtà. In questo modo i cittadini saranno sempre grati a chi li ha resi consapevoli. Infine, il vero prodotto delle assicurazioni è e sarà sempre più il linguaggio, le parole e il modo per spiegare e neutralizzare ogni timore nell’opinione pubblica, facendo crescere la fiducia e proponendosi come garante attendibile, ma soprattutto alleato.

Sintetizzando in tre concetti?

Comunicazione, reputazione e referenti umani. Le assicurazioni hanno già integrato l’approccio tecnologico. Adesso devono lavorare su quello umano, della fiducia.

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