Design, il Salone del mobile insegna a vivere meglio – Nati Per

Design, il Salone del mobile insegna a vivere meglio

10 Apr 2017

Un successo, la settimana del design a Milano. Di pubblico, di critica, di sensazioni. Un primato che l’Italia segna nel mondo mostrando di essere meno provinciale di quello che (spesso) si racconta e anzi ancora all’avanguardia. Specialmente laddove la creatività e la produzione sposano il rigore e la dedizione. Ma anche la conferma che la nostra società, globale, è ossessionata dal design, punto d’incontro tra arte e scienza, economia e politica, teologia e tecnologia. Del resto oggi il design non è un’opzione, ma una necessità che coinvolge una straordinaria quantità di temi e oggetti, dalla cibernetica agli ombrelli, dall’etica industriale agli sciamani, dalla guerra alla ceramica, da futuristiche case senza tetti a utopie sottomarine. E questo fa pensare a una domanda fondamentale, che troppo spesso diamo per scontata: che cosa è il design? Che cosa significa “dare forma alle cose”?

shutterstock_271580612Come sempre per rispondere si possono prendere molte strade, ma forse una delle più sicure è farsi accompagnare da Vilelm Flusser, strana figura di teorico, giornalista e viaggiatore nato in Cecoslovacchia nella prima parte del Novecento, cresciuto in Germania ed emigrato in Brasile dopo il periodo nazista. Per Flusser il nostro presente ma soprattutto il futuro è essenzialmente una questione di design, cioè di forma delle cose, che ha prodotto grandi soluzioni benefiche, immense opere d’arte ma anche strumenti di distruzione di massa che avevano un design impeccabile perché “funzionavano bene”. L’evoluzione del design è quindi una minaccia ma al tempo stesso anche una grande opportunità.

Design, infatti è un termine inglese che può essere usato sia come sostantivo, per indicare tra l’altro “progetto”, “intenzione”, “piano”, “scopo”, “complotto”, “figura”, sia come verbo – to design – col significato di “architettare”, “ideare”, “organizzare”, “simulare”, “agire in modo strategico”. La radice della parola è latina e significa signum, “segno, per cui dal punto di vista etimologico, design non significa altro che “disegno”. Se però andiamo ancora indietro, arriviamo al greco e al sanscrito, dove i sinonimi di design indicano concetti “astuzia”, “inganno”, “insidia”, insieme ad altri che sono rimasti nei termini tedeschi, e che valgono “macchina”, “meccanica”. Flusser da abile filologo spiega come il greco méchos indichi un dispositivo escogitato per trarre in inganno e chi lo progetta è chiamato polymechanikós ossia “astuto”, come l’eroe omerico Ulisse.

Ancora più interessante è la radice sanscrita, magh, che si ritrova nel tedesco macht – “potere”, “forza” – e anche nel verbo mögen cioè “volere”, “desiderare”. Design è quindi qualcosa che mette insieme il potere, il volere e l’inganno. Per questo nello stesso contesto di senso del design compare ad un tratto la parola “tecnica”, che deriva dal greco téchne e accomuna sia l’artista sia il falegname (tékton). Come questi infatti il designer sa bene che la materia ma soprattutto il legno è un qualcosa di informe al quale l’artista, cioè il tecnico, conferisce una forma. Design è dunque l’attività di chi inganna i sensi per trasferire le idee eterne in forme concrete.

Ma se il design è un inganno, un modo che l’uomo escogita per non aver paura, di cosa ha paura? E che c’entra tutto questo con quella particolare unione di arte e tecnica, qualità e quantità che oggi tutti capiscono quando pensano al design, sia che si parli di un libro che di un vaso che di un sottomarino? Perché dalla prospettiva del designer sono uguali: sia un sottomarino che un vaso, un libro, o un tostapane; devono essere funzionali, cioè devono “funzionare bene”.

shutterstock_617838413Ebbene, il Salone del mobile è la risposta che ogni anno Milano e la società creativa internazionale da a questa domanda presentando il meglio del design mondiale, che quest’anno in realtà più che sulla forma rifletteva sulla materia. Ogni anno il Salone cerca di rispondere in un modo preciso e affascinante ma non definitivo, perché questa è la vera chiave di volta del design: un interrogativo su come noi umani riusciamo a prendere in mano il nostro destino e quello delle cose che ci circondano e siamo capaci di dargli forma. In questo senso interrogarsi sulla natura del design, sul perché rappresenti tante cose e abbia questo potere di fascinazione è tutt’altro che una domanda semplice e soprattutto indolore. Perché riguarda il senso della vita, cioè il nostro modo di essere, di guardare al mondo, di trasformare la realtà, ovvero di dargli forma. Per questo il designer per Flusser, per  Platone e per il poeta tedesco Silesius ha uno sguardo strabico, perché riesce a guardare in due prospettive: l’eternità e la contemporaneità.

Una cosa pare certa. Il bilancio del Salone del mobile 2017, come dei prodotti di ogni tipo che diventano status symbol, dal computer con cui è scritto questo articolo alle forme che hanno le pubblicità più famose a quelle delle auto-icona alle maglie delle squadre di calcio più amate, il design è la caratteristica che ha permesso all’homo sapiens di trasformarsi in homo sapiens sapiens, facendo un salto nell’evoluzione comprendendo “che produrre equivale ad apprendere, ossia acquisire, generare e trasmettere informazioni”.

Per questi motivi, infine, il design è in grado di scatenare interesse, pace e ottimismo come quella vista nelle facce delle migliaia di persone che hanno riempito Milano da tutto il mondo. Perché fa capire senza ragionamenti difficili che in un mondo dominato sempre più dai robot e dall’intelligenza artificiale solo la creatività soggettiva, che nessun computer potrà mai emulare, è in grado di trasformare le non-cose ovvero le conoscenze, i dati e le informazioni in una società più pacifica.

 

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