Device si, ma senza dimenticare le mani. Così la tecnologia cambia il rapporto tra medico e paziente – Nati Per

Device si, ma senza dimenticare le mani. Così la tecnologia cambia il rapporto tra medico e paziente

20 Mar 2017

La tecnologia ha cambiato il mondo e le abitudini delle persone, anche quelle apparentemente meno vicine alla rivoluzione digitale. Fra queste i medici, che per secoli hanno basato il proprio lavoro sul rapporto diretto col paziente. I pazienti sostituiranno il medico con la tecnologia? O i medici delegheranno alla tecnologia la parte informativa, educativa e comunicativa del loro lavoro?

Oggi i medici possono seguire le condizioni di salute di un paziente stando a casa o in viaggio, collegandosi con la cartella clinica elettronica via internet e video. Non solo: si possono seguire e guidare interventi chirurgici a distanza, esaminare una TAC eseguita in un’altra città dal proprio studio in treno. Il costante flusso di informazioni permette una rapidità di intervento inimmaginabile sino a pochi anni fa. Se però la tecnologia e i device elettronici che la rendono democratica sono sempre più a portata di mano degli italiani e usati per chiedere alla Rete informazioni sulla salute, come dovrebbero comportarsi i medici e più in generale chi si occupa di salute, i dirigenti dell’ASL, i responsabili dei reparti e chiunque abbia a che fare con i giovani di oggi, che in rete vanno per chiedere informazioni su tutto, salute compresa, sviluppando così un attitudine non solo ad ascoltare il medico ma anche a parlare, a interagire, a essere presi in considerazione quando si decide della loro salute?

Riportando gli ultimi dati disponibili, il Corriere della Sera spiegava come il 25% della popolazione va su Internet per motivi legati alla salute. Principalmente per approfondire informazioni ricevute dal medico durante una visita (42,1%), per capire a quale servizio rivolgersi (18,2%), per cercare un medico o una struttura sanitaria (17,5%). Ma il fenomeno interessante è che ci sarebbe un’importante quota di persone che navigano per farsi un’auto-diagnosi (15,3%), mentre solo il 7% userebbe Internet per cercare informazioni su stili di vita più salutari. Facendo lo spaccato generazionale emerge che ad informarsi sulla rete sono giovani e adulti fino ai 45 anni (51%) in salute (85,9%) e senza malattie, con un livello di istruzione medio-alto (78%). Fra questi circa un quarto (20%) non torna dal medico a raccontare cosa ha trovato su Internet. Se navigare per cercare informazioni su una struttura ha un senso chiaro, diverso è cercare in autonomia quello che ci è stato detto durante una visita o addirittura per un’auto-diagnosi, cosa molto pericolosa perché in Rete c’è di tutto. E’ qui che dovrebbe intervenire il nuovo rapporto con il medico, che dovrebbe facilitare un ritorno del paziente per discutere assieme cosa ha trovato.

Da cosa dipende la decisione del paziente di tornare dal medico dopo aver cercato informazioni su Internet? Questa è la parte più interessante del racconto. Dal modello statistico usato per valutare l’influenza di alcuni fattori su questa decisione, è stato ottenuto un solo risultato statisticamente significativo, cioè robusto dal punto di vista scientifico: tornare dal medico per condividere le informazioni trovate in Rete dipende sostanzialmente da quanto il paziente si sente coinvolto dal medico stesso nelle decisioni che lo riguardano. Per questo “dipende dal medico” se la tecnologia, in questo caso Internet, ha un effetto sul rapporto con il paziente. Paradossalmente, se nel tempo si è creato un buon rapporto, basato sulla condivisione delle informazioni, sul rispetto reciproco, sul coinvolgimento e il riconoscimento della centralità del paziente, su un approccio più ampio alla salute che riguarda anche stile di vita e benessere, allora Internet potrebbe addirittura essere uno strumento per migliorare questo rapporto. In questa triangolazione tra Internet, medico e paziente, il paziente che si sente più coinvolto, a sua volta coinvolge di più il medico nelle sue esperienze di raccolta d’informazioni in Rete.

shutterstock_604016360E qui si arriva al punto cruciale.  Andare o tornare dal medico per verificare le informazioni trovate dipende da due fattori: l’atteggiamento del medico e il tipo di trattamento dell’informazione trovata su internet. Da un lato occorre infatti che il medico faccia partecipare il paziente, prendendo in considerazione richieste e desiderata ascoltando quello che ha da dire e perfino riconoscendo la cultura. In questo senso è fondamentale che i medici sviluppino competenze. Dall’altro occorre che l’informazione che si trova in rete sia corretta e perfezionata nella fruizione, ovvero strutturata, come accade nel sistema anglosassone dove esistono in rete sia strumenti di comunicazione per medici che aiutano a comunicare col paziente mettendolo al centro del processo sia siti gestiti direttamente dal sistema sanitario o dalle assicurazioni private. Un buon esempio riportato dal Corriere è l’inglese NHS Direct Online, i cui contenuti sono pensati per gli utenti, per renderli più consapevoli ed autonomi.

Resta il fatto però che al di là o al di qua degli sviluppi tecnologici il rapporto medico-paziente resta centrale perché è il solo ad assicurare la centralità della persona, dei soggetti più deboli, in precarie condizioni economiche, in stato di disagio o di emarginazione, non autosufficienti o con handicap. Non importa quali siano le tecnologie e quanto sofisticate possano diventare: il paziente vorrà sempre che il medico lo tocchi, che gli ascolti il cuore, la pancia, le gambe. Semplici gesti che creano una particolare intimità tra medico e paziente, rafforzano la fiducia e aiutano chi soffre ad aprirsi, a raccontare non solo i sintomi ma anche i timori. È così che nasce un legame umano tra chi cura e chi viene assistito, che non potrà mai essere sostituita da nessuna tecnologia.

Senza considerare che spesso proprio dalle confidenze dirette emerge l’elemento diagnostico rilevante, quella “piccola tessera di un mosaico”, come è stata definita “che neanche la tecnologia più moderna è in grado di evidenziare”.

E’ evidente così che l’avvento della tecnologia è fondamentale per un altro aspetto, ancora più importante se possibile. Ha dimostrato infatti che per salvare vite umane e migliorare la qualità di vita serve innanzitutto la conoscenza, la cultura, quindi la promozione della prevenzione e della comunicazione con le persone. Tutte operazioni in apparenza semplici ma in realtà ancora molto complesse, soprattutto in un Paese dove parlare dei disagi e della malattia resta un tabù. Dimenticando che il vero divario sociale, che le vere differenze fra gli individui si basano sulla sofferenza e su chi è malato. In tempi tecnologici occorrerà sempre più non solo un rapporto diretto tra medico e paziente ma soprattutto una informazione semplice e comprensibile per tutti.

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