Dialogo con Paola Bonomo – Nati Per

Dialogo con Paola Bonomo

13 Dic 2017

Angel investor e advisor del campo delle tecnologie digitali, socio di IAG, il principale network di business angeles in Italia, Paola Bonomo ha iniziato la sua carriera in McKinsey & Company. Ha lavorato in diverse multinazionali come eBay International, Vodafone Italia e Facebook ricoprendo ruoli manageriali. Nel 2015 e nel 2016 è stata nominata tra le Inspiring Fifty ed è Presidente dello Stanford Club Italia. Quest’anno Bonomo ha vinto il premio europeo di Business Angel donna dell’anno, riconoscimento che le è stato consegnato a Berlino dal ministro federale dell’economia tedesco Brigitte Zypries e inoltre è stata indicata dal Club degli Investitori Business Angel dell’anno. L’abbiamo incontrata per farci raccontare che ruolo hanno gli angel investor nell’ecosistema italiano ed europeo delle startup: “Un vivace panorama di angel è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per un ecosistema in buona salute”, ci dice e aggiunge: “Il mercato italiano farà fatica a crescere finché le grandi aziende italiane non compreranno non una, ma cinque o dieci startup ogni anno”.

 

Qual è il ruolo del business angel oggi in Italia? Come può aiutare l’ecosistema delle startup a crescere?

I business angel sono “abilitatori di innovazione”: così li definisce Antonio Leone, presidente dell’associazione Italian Angels for Growth. E in effetti in tutti i poli internazionali dell’innovazione i progetti che sono in fase seed o post-seed, cioè già avviati ma che necessitano di risorse per la crescita, vengono spesso finanziati da angel, che operano come individui o in gruppo. Gli angel apportano all’impresa non solo capitali, ma anche competenze utili al team imprenditoriale e contatti all’interno dei loro network. Secondo le ultime stime disponibili, in Italia operano circa 800 business angels: sicuramente quindi c’è molto spazio per crescere, visto che in Germania ce ne sono circa 2000 e in Francia oltre 4000.

Devo anche sottolineare che un vivace panorama di angel è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per un ecosistema in buona salute: devono fare la loro parte i fondi di venture capital, e soprattutto dopo un certo numero di anni devono esserci prospettive concrete di poter quotare l’azienda o cederla a un acquirente. Nonostante i progressi incrementali che stiamo vedendo, quest’ultimo passo – quello della exit – rimane il più difficile per le startup italiane: tanto che ci si chiede se le politiche pubbliche debbano incentivare, come si fa oggi, l’investimento all’inizio dell’avventura, o piuttosto la fase di exit. Il mercato italiano farà fatica a crescere finché le grandi aziende italiane non compreranno non una, ma cinque o dieci startup ogni anno.

 

Verso quali startup guardano i business angel in questo momento in Italia e in Europa?

I temi caldi del momento in Europa sono le tecnologie Industry 4.0, la medicina personalizzata, e il fintech. In ogni genere di verticale troviamo l’utilizzo di machine learning e deep learning applicati a una vasta gamma di problemi. Al di là dei settori e delle tecnologie, credo che sia molto importante per una startup italiana ed europea avere una presenza in più mercati: spesso si è rivelato un modello di successo avere alcune funzioni in Italia ma il lato commerciale dell’azienda in California, a Londra o a Berlino. Questa struttura “su due gambe” sta diventando a mio parere quasi una tesi d’investimento.

 

Può indicarci 3 motivi per cui un risparmiatore dovrebbe decidere di investire su una startup?

Il team, il team, e il team. E’ ormai quasi un luogo comune, ma un’idea brillantissima portata avanti da un team mediocre non andrà da nessuna parte, mentre un progetto “normale” in mano a un team eccellente crescerà e cambierà mille volte fino ad arrivare al successo. In questi anni di Italian Angels abbiamo imparato che quasi mai si sbaglia nel valutare un business o un mercato: l’errore si commette nel valutare il team, nel comprendere subito se si ha a che fare con persone non abbastanza focalizzate ed efficaci, o poco resilienti nei momenti di difficoltà. Negli Stati Uniti e in altri Paesi europei, il predittore più importante di un team eccellente è il fatto che i membri abbiano già avuto un precedente successo imprenditoriale: purtroppo in Italia abbiamo pochi “serial entrepreneurs”, anche perché chi ce l’ha fatta difficilmente lascia andare avanti la propria creatura senza di lui, e quindi dobbiamo affidarci ad altri parametri per valutare se in prospettiva il team avrà la resilienza, la persistenza e la tenacia necessarie.

 

Il ruolo delle università nell’ecosistema delle startup

In campo scientifico e tecnologico l’università italiana può e deve fare molto più di oggi. Ci manca il tessuto connettivo che, ad esempio, lega l’università di Stanford e la Silicon Valley. Le università italiane sono spesso eccellenti nella ricerca di base, ma non altrettanto nella ricerca applicata, come accade invece in Svezia, Stati Uniti o Israele. I professori, che sono spesso determinanti nel formare le ambizioni dei nostri talenti scientifici, generalmente non nutrono alcun interesse o curiosità per il mondo dell’imprenditoria. In Italia è difficile trovare professori che abbiano fatto grandi carriere anche da imprenditori – come ad esempio Alberto Sangiovanni Vincentelli a Berkeley – e, di conseguenza, uno studente o dottorando con in mano un’invenzione che abbia un potenziale commerciale viene stimolato e indirizzato dal suo professore a pubblicare più paper, fare più ricerca e parlare a più conferenze accademiche, non a mettere in piedi un’azienda che potrebbe vendere in tutto il mondo, dar lavoro a centinaia di altri laureati e quotarsi in Borsa. Temo proprio che ci vorrà un grosso cambiamento di mentalità prima che le nostre università riescano a dare un contributo importante alla crescita del Paese.

 

 

 

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