Perché l’eccellenza delle PMI italiane fa scuola nel mondo – Nati Per

Perché l’eccellenza delle PMI italiane fa scuola nel mondo

10 Ott 2016

Il testamento di Bernardo Caprotti sta diventando un fenomeno di costume, ma in realtà è solo un esempio d’eccezione di un personaggio anomalo e di una storia straordinaria. Il dato di fatto oggettivo, invece, è che il modello d’impresa italiana piace molto agli stranieri, specialmente ai tedeschi.

E’ il modello familiare, che se da un lato soffre un’annosa scarsità di capitali e dimensioni, viene studiato e acquisito per le sue virtù nel resto del mondo e sicuramente in Europa. Un dato che fa pensare, considerando che, secondo l’ultima inchiesta di Orienta Partners, il 92% delle aziende italiane continua a essere guidata dalla famiglia del fondatore, che circa la metà ha ai vertici un amministratore di età superiore ai 60 anni, che sempre la metà scompare con la seconda generazione di famiglia.

Che i tedeschi siano sempre stati attratti dal genio italiano è noto. Ma soprattutto negli ultimi due anni si è raggiunta un’evidenza incredibile, come l’acquisizione delle motociclette MV Augusta, comprate da Mercedes in una operazione identica a quella precedente dei rivali di Audi (gruppo Volkswagen), che comprò la moto rossa di Borgo Panigale, la Ducati.

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Non ci sono però solo le grandi aziende di brand ad essere entrate nell’orbita teutonica, ma anche gioielli meno noti ma di grandissimo profilo tecnologico e funzionale. Tra queste la trevigiana Happy Fit, che è entrata nella catena tedesca McFit, leader del fitness in Europa; la bergamasca Clay Paky, che brilla nel panorama delle illuminazioni da grandi eventi, dalle kermesse di Lady Gaga agli Oscar, acquisita dal colosso Osram; la Egs di Bologna, leader in protesi digitali e 3D per l’industria aerospaziale, automotive e odontoiatrica, rilevata da Heraeus Kulzer, il gruppo di materiali per dentisti più noto in Germania, la Wika, multinazionale di miscelatori di pressione, che aveva da poco acuisito il suo storico fornitore, la milanese Ettore Cella, che aveva fatto di se stessa un benchmark nei manometri e nei termostati per l’Oil&Gas.

Una vera e propria dichiarazione di amore verso modelli e capacità d’impresa, favorita anche dalle peculiarità del modello locale,  sottocapitalizzato da decenni anche per via del modello familiare.

In Italia, infatti, solo il 25% dei gruppi a guida famigliare pianifica in tempo gli interventi per favorire il ricambio ai vertici, al contrario del 70% della media europea. Il risultato è che salvo le eccezioni le aziende guidate dalla generazione familiare senior o top management over 70 hanno ricavi netti inferiori rispetto a quelle che vengono gestite da persone più giovani. A questa resistenza alla crescita, e all’espansione all’etero si deve aggiungere che il 67% delle imprese italiane sono ancora gestite dalle famiglie fondatrici, escludendo quindi a priori management esterno. Un tipo di cultura che non aiuta e che insieme alla scarsa conoscenza dell’inglese forma un combinato che spesso limita le potenzialità dell’impresa.

Un fatto però è chiaro: se mezzo mondo resta affascinato dal Made in Italy è perché la PMI italiana ha avuto la capacità  di inserirsi con idee vincenti e prodotti d’eccellenza nelle filiere internazionali.  E da qui occorre partire.

(Walter Mariotti per Newsroom)

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