Parental policy e AXA: “Finalmente modelli reali”. Parla Riccarda Zezza, fondatrice di maternityasamaster. – Nati Per

Parental policy e AXA: “Finalmente modelli reali”. Parla Riccarda Zezza, fondatrice di maternityasamaster.

12 Gen 2017

Dopo quindici anni passati in multinazionali italiane (Pirelli, Microsoft, Banca Prossima) e straniere (Nokia), in ruoli di comunicazione e project management, Riccarda Zezza ha messo su famiglia. E non ha impiegato troppo tempo a capire che c’era qualcosa di sbagliato nei confronti delle famiglie. Non solo in azienda, ma nella nostra società: qualcosa di profondamente ingiusto verso i figli, le mamme e i papà.

Così, prima ha fondato Piano C, un’associazione pensata per innovare radicalmente l’organizzazione del lavoro e cogliere tutta l’energia delle risorse emergenti.
Quindi, ha ideato maam – maternity as a master, un’idea per sfidare forse il più pericoloso degli stereotipi economici del 21° secolo: l’idea che la maternità sia un punto di debolezza per il percorso di lavoro. Delle donne principalmente, ma anche degli uomini. Un percorso formativo che trasforma le competenze genitoriali in competenze di leadership.

Nessuno quindi più indicato di lei per fare il punto sull’idea di parental leave, iniziativa promossa da AXA Italia. Un buon modo per fare il punto sulla trama della nostra società e sui suoi grumi profondi.

Partiamo dall’Italia. Come siamo messi sulla parental policy?

Devo dire piuttosto male. L’ho anche scritto in un paper a quattro mani con Alessandro Rosina (ordinario di demografia alla Cattolica di Milano, n.d.r.).

Perché?

Il primo motivo è senza dubbio la denatalità, i dati recenti fanno riflettere.

In che senso?

Nel senso che non possono lasciarci tranquilli e indifferenti. Sono il segnale di qualcosa che da troppo tempo non sta andando nel verso giusto nella costruzione di una società sana e che guarda al futuro con ottimismo.

Il picco negativo delle nascite è stato toccato nel 2013.

Sì, scendendo sotto il punto più̀ basso dall’Unità*. Nel 2014 però siamo riusciti a far ancora peggio. Nel 2015 siamo scesi ancora più̀ in basso, scivolando sotto la soglia del mezzo milione di nati in Italia e che corrisponde a meno della metà di quanti nascevano negli anni Sessanta. Se quel periodo è passato alla storia come baby boom, oggi siamo all’estremo opposto: dall’effervescenza demografica di un paese che ritrovava la voglia di scommettere sul proprio futuro siamo passati ad una fase di arroccamento su un presente indefinito.

Non è difficile immaginare come finirà…

La conseguenza più evidente è che la generazione dei nati nel 2015 è la più̀ ristretta di sempre in termini assoluti, ma ancor più̀ in termini relativi. Lo squilibrio è tale che non solo i 65enni, ma anche i 75enni hanno un peso demografico maggiore rispetto ai nuovi nati.

shutterstock_553399144È come se producessimo più pensionati che bambini.

È proprio così. Ogni anno i pensionati aumentano esponenzialmente e i nuovi nati diminuiscono esponenzialmente. Nel 2014 abbiamo avuto 542 mila nuovi pensionati in più.
Se non invertiamo la rotta restituendo vitalità al paese rischiamo di entrare in una trappola demografica. Quando, infatti, la fecondità rimane a lungo su livelli molto bassi si innescano meccanismi che tendono a portare ad un riadattamento strutturale verso il basso. A tutto questo si deve aggiungere che a partire dalla fine degli anni ’90 si devono fare i conti con un mercato del lavoro più instabile, che vede in particolare la riduzione della possibilità non solo di occupazione ma anche di adeguato e continuativo reddito. foto

Non è un momento facile per i diritti personali.

Diciamo che questo processo ha accelerato la messa in discussione della legittimità di alcuni diritti base, come il congedo parentale che addirittura in alcuni paesi evoluti viene seriamente messo in discussione addirittura sul piano concettuale. E pensare che il congedo parentale è solo uno dei diritti alla genitorialità piena e condivisa.

In caso contrario che succede?

Che passa l’idea che il figlio sia solo della madre.

Bisogna anche dire che l’evoluzione dei ruoli sociali e la trasformazione del lavoro e del suo mercato certamente non aiutano.

La natalità̀ ha per definizione logiche discontinue. È un fatto puntuale, intenso e non sempre pianificabile, ma certamente ricorrente, e richiede un uso di risorse che varia negli anni, all’inizio anche di mese in mese. Con l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, e delle loro gravidanze, la logica lineare e continua che lo aveva governato fino a quel momento è così andata in crisi. Lo rivelano le parole che usiamo per definire l’avvento della natalità̀ in ambito lavorativo: dal congedo, ossia un distacco, un’interruzione della linearità̀, alla conciliazione, ossia un bisogno costante di “mettere pace” tra due sistemi che non si coordinano.

Questa però è la realtà, con cui occorre fare i conti. O no?

Certo. Tutto questo è anche reale, ma è soprattutto una doppia gabbia.

Oggi esistono delle nuove identità, che non vediamo, dovute a un mondo profondamente cambiato ma poco studiato, capito, semplicemente accolto.

Faccia un esempio.

Prenda la cosiddetta società liquida, di cui tanto si parla, e che personalmente non mi convince del tutto. Ruoli che cambiano, abitudini, orari, regole che fluttuano. Un mondo instabile, dunque. Ecco, c’è bisogno di ripensare dunque la loro relazione con strutture sociali e industriali rimaste molto indietro, rigide, sorde.

D’accordo. Ma come?

Prima di tutto occorre diventare consapevoli del proprio bisogno di nuove identità. Mancano quelle che io chiamo nuove fotografie. Dopodiché occorre sforzarsi per fare un nuovo percorso. Infatti ancora oggi nel mondo del lavoro gestiamo la gravidanza come un’anomalia: un imprevisto, una discontinuità̀ che altera l’andamento lineare atteso. Lo sa la donna che rimane incinta e che non sa come dirlo al proprio datore di lavoro. Lo sa il datore di lavoro che non ha mai la sensazione di essere abbastanza preparato a gestire “la cosa”. Lo sa chi ci pensa due volte prima di assumere una donna e lo sa chi lo mette in conto prima di promuoverla.

Come cambiare approccio?

Se le discontinuità̀ provocate dall’incontro tra nascita dei figli e attività̀ lavorativa si ripetono ogni giorno, ogni anno, a milioni, non possiamo più̀ continuare a considerarle anomalie: ci costa troppo, economicamente, socialmente e umanamente. Bisogna prendere atto che la realtà̀ è già̀ un’altra ed è la nostra narrazione a non funzionare più̀. È il modo in cui ci raccontiamo le cose, e di conseguenza il modo in cui le gestiamo, a dover cambiare.

Una nuova narrazione, quindi.

Dobbiamo saper immaginare un nuovo schema, che riconosca nella discontinuità̀ un nuovo tratto della nostra normalità̀. Dobbiamo raccontarci una storia nuova: in cui più̀ ruoli nella stessa persona non sono in conflitto tra loro, in cui la gravidanza non è una malattia, in cui la genitorialità̀ non è un ghetto femminile ma una passione condivisa, una possibilità̀ per tutti, uomini e donne.

Consapevolezza prima di tutto.

Esatto. Riconoscere le anomalie del sistema e trasformarle in opportunità di cambiamento. Riconoscere la rilevanza che rappresenta un difetto del sistema e cambiare la narrazione della realtà. Spostare i confini, dando nuove libertà.

E’ la politica di AXA.

Quello che ha fatto AXA ha una portata enorme. Un’ipotesi che dice che se i padri possono stare più a casa a fare i papà sono più felici. E quindi se sono più felici al lavoro vengono più serenamente e lavorano di più e meglio. Sono gli effetti della nuova narrazione, che fa emergere quello che c’è già. Positivamente.

All’estero è diverso? Sono più avanti o no?

Modelli stranieri non ce ne sono davvero. Esistono alcune grandi differenze di concetto. In Francia, per esempio, esiste la realtà dei bambini, nel senso che i bambini esistono come soggetto sociale, pubblico, che impone delle scelte, delle priorità, degli adeguamenti sociali e industriali. Quindi, per esempio, quando ci sono vacanze a scuola le aziende non mettono meeting importanti. E questo perché si parte dal fatto che le persone non sono “solo” lavoratori, ma “anche” e “soprattutto” genitori. Persone dunque che hanno una vita, che viene prima del lavoro. E lo Stato riconoscendo tutto questo riconosce che esiste una genitorialità. E la sostiene.

Molto chiaro. Ma in Nord Europa si fa più fatica, a quanto pare.

Il Nord Europa ha una situazione più variegata dove coesistono spinte diverse e a volte opposte. Però c’è un tratto comune: si monitorano più assiduamente i cambiamenti della realtà, si fanno fotografie più spesso insomma. Così si evita quello che accade in Italia, dove le donne, quando diventano madri, sono intrappolate nello stereotipo della “lavoratrice part time”, che si pensa sia meno focalizzata e meno capace sul lavoro, mentre gli uomini che diventano padri hanno la gabbia opposta: essere considerati “papà part time”.

shutterstock_553191955Da “mammo” conosco bene la situazione.

Quello del “mammo” è un buon punto per fare chiarezza. Nell’album ufficiale delle fotografie i papà si dividono in due categorie: quelli part time sono autorizzati a occuparsi dei figli meno delle mamme, come se la loro identità “altra” rispetto alla paternità prevalesse. Quelli invece full time, ovvero che si occupano molto dei figli, sono chiamati “mammi”. In realtà, le cose sono diverse: salvo casi particolari, i mammi semplicemente vivono il loro ruolo di padri per come è oggi, per come è diventato e per come deve essere alla fine della seconda decade del secondo millennio in Occidente.

D’accordo, ma spesso sono considerati meno capaci come genitori delle mamme, quando invece nei fatti e nelle ricerche non è così. E comunque restano completamente invisibili al mondo del lavoro.

E’ proprio questo il punto. La paternità dei “mammi” non è “autorizzata” in ufficio, in famiglia, in società. E’ vissuta come un problema o una “femminilizzazione”, in ogni caso viene trattata come un elemento minoritario della loro identità. Estremizzando, ma non poi così tanto, questo li porta a non avere nessun diritto sociale, se si escludono i 2 giorni di congedo di paternità faticosamente guadagnati negli ultimi anni, e presi solo dal 10% dei neopapà.

Concluda con una speranza per il futuro.

La scelta di AXA è una nota molto positiva, perché fa i conti con la realtà, ne prende consapevolezza e cerca soluzioni attuali di pari dignità. Perché proprio come per le donne oggi è ancora difficile dire “chi sono” nel mondo del lavoro, poiché vi sono entrate seguendo le orme degli uomini, anche indagare la paternità potrebbe portare a trovare dei padri confusi, ancora in cerca di identità. Ecco, l’identità da trovare è il punto cruciale: quella dell’uomo in famiglia, quella della donna nel posto di lavoro, quella dei figli di questa condizione attuale.

Sono realtà tutte da costruire, liberando i nostri desideri e la nostra voglia di scoprire chi siamo realmente e cosa possiamo realizzare. Uomini e donne insieme, facendoci spazio a vicenda per restare meravigliosamente diversi e portare tutta questa ricchezza nel mondo.

Vuoi partecipare al sondaggio di Alley Oop “Chi sono veramente i papà”? Vai sul sito: http://www.alleyoop.ilsole24ore.com/2016/11/28/sondaggio-papa/.  

*I dati demografici riportati sono stati ripresi dal Paper “Generare futuro – Cultura e politiche per tornare ad essere un paese vitale” di Alessandro Rosina e Riccarda Zezza.

Punteggio: 5.0. da 4 valutazioni.
Attendere per favore...

L'autore del post