Generazione Zeta. Quei nativi digitali che somigliano tanto ai nonni fra le due guerre – Nati Per

Generazione Zeta. Quei nativi digitali che somigliano tanto ai nonni fra le due guerre

18 Mag 2017

Zeta. Ma chi sono questi Zeta? Quello che si sa è che Z sta per Generazione Zeta, venuta al mondo tra il 1996 e il 2010, la prima dunque nella storia ad essere nata dopo l’ultima rivoluzione, quella tecnologica che promette di cambiare molto più di quanto non abbiano fatto le altre. Questo fa degli Zeta i primi “nativi digitali”, come li chiamano alcuni, mentre altri preferiscono definirli “post-Millennials”, perché vengono dopo i loro cugini, di cui sono per molti versi il contrario. Oppure “iGeneration”, definizione che fa capire quanto profondamente la cultura digitale abbia inciso nel modo di pensare, e di consumare.

L’anno scorso la Davos Accenture ha presentato un rapporto decisivo sugli Zeta, dove emergevano molti aspetti e tre in particolare erano folgoranti:

  • Il primo il potenziale di spesa: solo negli USA la loro “paghetta” contabilizza 44 miliardi di dollari annui, con cui muovono consumi per 200 miliardi.
  • gli Zeta poi possiedono la più bassa soglia di attenzione della storia: 5 secondi millesimo più, millesimo meno. Dopodiché, se non sei riuscito a prenderli non li prenderai mai più.
  • Infine il pragmatismo. Un’ipotesi del luogo dove mettono le risorse, non solo economiche, è infatti il futuro.

A differenza dei Millennials, cresciuti nelle (relative) certezze di serenità e prosperità degli anni Novanta, la Generazione Z inizia a muoversi consapevolmente nel mondo dopo l’11 settembre. Attraversa così suo malgrado due crisi economiche – di cui una forse di durata “secolare” -, e varie instabilità geopolitiche. E’ evidente che la psicologia delle due generazioni non potrà che essere molto diversa se non opposta. In termini letterari, i Millennials vivono ancora nel mito dell’Eden, cioè dell’innocenza perduta, mentre gli Zeta in quello di Matrix, la riconquista di un reale devastato a cui occorre adeguarsi mimeticamente. Così, se i primi sono definiti da illusione, egoriferimento e valore di scambio su tutto, i secondi appaiono molto più pragmatici, poco inclini ad autoassolversi e seriamente intenzionati a costruire. Non un profilo Facebook ma qualcosa di solido, per il futuro ma prima ancora per loro stessi, qui e ora.

shutterstock_624172262In questo senso gli Zeta, che sono i più tecnologici che abbiano mai calpestato il pianeta Terra, somigliano ai loro bisnonni pretecnologici, cresciuti fra le due guerre. Come loro, alle posizioni protette in aziende pubbliche o alla voglia di cambiare il sistema con la politica, sono chiamati ad adattarsi, sfruttando le opportunità di quello che offre il mercato. Cercando prima di tutto di diventare imprenditori magari facendo della propria passione un vero e proprio lavoro. Il 47% di questa generazione desidera fondare una propria start up, mentre l’84,5% sceglierà il lavoro per passione e non per un In ogni caso, l’attività è il loro lavoro: gli Zeta sono uomini e donne “del fare”, del creare, del progettare, mentre i Millennials erano quelli del condividere, dell’esperire, del provare a vedere cosa succede. In quest’ultimo aspetto c’è una clamorosa differenza: i rischi della socialità. Se i Millennials egocentrici e pubblici amavano lasciare tracce su Facebook, Instagram, gli Zeta attenti alla realtà e privati preferiscono i social media sicuri, come Snapchat che distrugge i messaggi dopo pochi secondi (come nella vecchia serie tv degli anni Sessanta Mission impossibile), ma anche Secret, il cui primo punto non è fare gossip ma tutelare la privacy. Anche in questo emerge una differenza di punti di vista e di prospettive: i Millennials credevano nella bontà del sistema, gli Zeta sanno che le tracce possono essere geolocalizzate e usate anche contro di te. Senza scendere nella cultura del sospetto, meglio comunque non esporsi.

Da una ricerca di IBM condotta su 15mila ragazzi e ragazze tra i 13 e i 21 anni in 16 paesi, al momento sappiamo che sono contraddittori. Nonostante passino oltre 5 ore al giorno su internet gli Zeta preferiscono ancora fare shopping nei negozi, mandando all’aria tutta la retorica della digitalizzazione e dell’on-demand. D’altra parte, non hanno problemi a considerare una marca o un brand come un amico di socialità, passando quindi a dialogarci, a dare e ricevere consigli, messaging, intimità. In termini di consumi lo Zeta è quindi un soggetto che si fidelizza con difficoltà, soprattutto se non vede che il brand stabilisce legami concreti con la realtà, con il mondo come è la fuori, a cui bisogna comunque adattarsi.

shutterstock_629362607Gli Zeta sembrano virtuosi: non bevono, non fumano, si proteggono quando viaggiano, mettono la cintura di sicurezza. Eredità dei loro genitori, la famigerata Generazione X, che è una generazione di mezzo, di transizione, cresciuta alla fine della temperie ideologica degli anni Settanta e il riflusso degli Ottanta.

Ma anche qui c’è una sorpresa, con i Millennials e anche i genitori X. Per gli Zeta la fedeltà e il posto fisso non sono priorità e nemmeno desideri. Quindi sono disponibili ad entrare in azienda ma solo a condizione che questo non limiti la loro libertà di crescere, ovvero che la libertà barattata per sicurezza non si rovesci in condanna. Per questo alcuni definiscono quella degli Zeta “liquid workforce”, prevedendo che entro il 2020 circa la metà della forza lavoro sarà composta da freelancer.

Ultimo dato degno di nota riguarda la propensione alla cultura: sarà per via dell’attenzione ridotta, sarà per avere accesso alla maggiore informazione della storia umana, fatto sta che solo uno su due Zeta andrà all’università.

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