Il biocemento che si ripara da solo e rende solide le fondamenta degli edifici – Nati Per

Il biocemento che si ripara da solo e rende solide le fondamenta degli edifici

03 Nov 2016

Un’invenzione di un gruppo di ricercatori inglesi potrebbe essere molto utile nelle zone colpite dal terremoto

Una scossa continua e che non lascia tregua. In questi giorni di terrore, in cui centinaia di persone sono costrette a dormire in macchina e altre migliaia stanno trovando alloggio negli alberghi e nei villaggi turistici della riviera marchigiana, rimane una sola certezza: per tornare a vivere in quelle zone dell’Italia centrale, bisognerà rendere gli edifici più sicuri.

Nell’ottica di una prevenzione che si basi sulla messa in sicurezza e sulla protezione delle abitazioni potrebbe venire in aiuto un’applicazione microbiologica inventata da un gruppo di ricercatori inglesi che punta a rendere più solide e resistenti le fondamenta dei nostri edifici permettendo a queste di ripararsi da sole.

L’invenzione riguarda proprio un cemento “vivente”, capace di riparare le lesioni provocate da eventi catastrofici grazie a batteri “muratori” modificati geneticamente. Tutto è nato dall’idea di un gruppo di studenti universitari che nel 2010 avevano realizzato un batterio, il BacillaFilla, in grado di riparare lesioni nel calcestruzzo grazie alla produzione di carbonato di calcio e una colla a base di zuccheri. Il lavoro dei ragazzi è stato recuperato dai ricercatori dell’università britannica di Newcastle coordinati da Martyn Dade-Robertson che hanno sviluppato un progetto che potrebbe avere molte applicazioni in ambito architettonico e potrebbe essere utilizzato per costruire fondamenta più sicure in grado addirittura di ripararsi e fabbricarsi da sole.

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Come funziona Bacilla Filla

L’azione riparatrice del Bacilla Filla avviene applicando una soluzione batterica spruzzata sulla superficie. Grazie alla soluzione il Bacillus  riesce a “nuotare” in profondità attraverso le microfessure e le ripara mediante la produzione di carbonato di calcio (CaCO3), cellule con fenotipo filamentoso e una colla a base di saccarosio. I ricercatori si sono ispirati alle potenzialità del batterio realizzato dagli studenti utilizzandone però un altro molto più comune: l’Escherichia coli. Hanno poi individuato i geni che rispondono ai cambiamenti di pressione nell’ambiente circostante e modificato il DNA per produrre una proteina fluorescente che si illumina quando si attivano i geni sensibili alla variazione di pressione.
L’obiettivo futuro sarà sostituire il gene che produce la proteina fluorescente con i geni che fabbricano sostanze necessarie per la creazione del “biocemento”, simili a quelle prodotte da BacillaFilla. Questi lavoreranno in risposta alla variazione della pressione ambientale e ai movimenti del sottosuolo tipici dei fenomeni sismici. La produzione del “biocemento” sarà, inoltre, controllata da un software in grado di prevedere come il microrganismo reagisce alle forze nel sottosuolo.

Al momento si tratta di un progetto ancora in fase embrionale ma nel futuro potrebbe essere una soluzione applicabile a tutte le fondamenta dei palazzi per assicurare una più efficace forma di prevenzione per le lesioni che si creano durante successivi eventi sismici.

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