Innovazione e bellezza nella moda. Intervista a Brunello Cucinelli – Nati Per

Innovazione e bellezza nella moda. Intervista a Brunello Cucinelli

06 Lug 2016

“Il principe del cashmere”, il ”filosofo di Solomeo”. Brunello Cucinelli è famoso in tutto il mondo ma resta quello che era da ragazzo: un innovatore. Un imprenditore-umanista che mette al centro l’uomo e non il mercato, la bellezza e non i numeri, l’eccellenza e i valori che durano nella storia. Per capirlo basta ascoltarlo, mentre racconta il suo borgo e il suo lavoro muovendo la testa leggermente da un lato all’altro, come le madonne di Duccio, che mettono insieme il cielo e la terra. Con eleganza e pudore.

Pur sapendo rispondere con la lucidità di un analista finanziario, Cucinelli preferisce affidarsi agli aforismi e le citazioni dei suoi amati classici. Proprio come faceva un grande intellettuale prestato alla politica, il presidente della Repubblica francese Francois Mitterand.
In realtà però quella di Cucinelli non è retorica di un erudito che esporta in 59 paesi del mondo. Né l’espediente di marketing suggerito da un sagace spin doctor. Piuttosto, uno stile, autentico e personalissimo, che corrisponde a una vocazione a un confronto quotidiano con Alessandro il Macedone, Benedetto da Norcia e Lorenzo il Magnifico, con cui Brunello cerca di dialogare, ogni giorno.

Fondatore dell’omonima industria di abbigliamento in cashmere, secondo Bloomberg Businessweek Cucinelli ha raggiunto lo status di miliardario il 9 maggio 2013, con il possesso del 65% delle quote, un pacchetto azionario valutato circa 947 milioni di dollari che si spinge a 1,5 miliardi se si considera la capitalizzazione di mercato, quotata alla Borsa di Milano. Eppure, Brunello vive, lavora e si allena ogni giorno che Dio manda in terra a Solomeo, il piccolo borgo in Umbria dove è nata sua moglie Federica, che lui ha acquistato e salvato dal degrado trasformandolo in una grande bottega medievale, con servizi per i dipendenti tra cui un teatro che offre una stagione di profilo notevole. Completamente gratis.

Bellezza, quindi. Per Cucinelli è un valore cruciale, non solo estetico ed economico ma metafisico, cioè spirituale. Bellezza che in lui nacque come reazione alla tristezza, “quella che da ragazzo vedevo negli occhi di mio padre, un agricoltore felice che trapiantato in fabbrica dopo la fine della mezzadria divenne un operaio infelice”. Quella tristezza fu la spinta fondamentale della vita, che si percepisce ancora nitidamente nei risvolti delle giacche, nel sorriso dei collaboratori, nell’organizzazione di un’azienda impostata secondo la regola di San Benedetto, le visioni di Leon Battista Alberti, le ipotesi di Adriano Olivetti.

L’industriale italiano che più gli somiglia, quest’ultimo, che voleva un orario di lavoro ridotto e meglio pagato, la divisione degli utili ai lavoratori e un mondo di prodotti belli ed efficienti.
Non guarda la televisione Brunello, ha comprato un piccolo aereo ma solo per riuscire a tornare a dormire a casa e passa il (poco) tempo libero a occuparsi delle nipoti. Tutelare la dignità del lavoro per Cucinelli non è una formula astratta ma una realtà concreta, perché prima di tutto chi lavora è una persona, un essere umano dove lo spirito vale più della materia. Da questo anche la via d’uscita dal consumismo, che non è consumare molto meno ma molto meglio. Una prospettiva che se può avere un senso per il futuro della moda ne ha molto di più per quello della società, che secondo il celebre economista francese Thomas Piketty è condannata alla contrapposizione tra capitalismo e umanesimo. Cioè all’inevitabile crescente diseguaglianza nel mondo. Un’idea su cui Cucinelli ha molto da dire.

Certo uno stilista che invita a comprare meno vestiti…
Se devo essere a dieta e mi è consentito mangiare solamente una piccola porzione di spaghetti voglio che quegli spaghetti siano perfetti. O no?
Oppure passare direttamente alla frutta.
Cerco di tornare sempre a casa la sera, ma per molte settimane mi capita di rimanere fuori. L’ultima volta, nella camera di un grande albergo, ho trovato come omaggio del direttore un enorme cesto di frutta, almeno di dieci chili.
Un bel gesto.
Ne sono stato lusingato, ma avrei preferito trovare una sola mela che fosse di stagione o magari un’unica pesca succosa e lucente che rappresentasse alla perfezione la stagione in cui eravamo.

Consiglia la dieta, dunque?
Tutti dobbiamo seguire una dieta. Tutti dobbiamo tenere sotto controllo la bilancia e consumare meno. Soprattutto, tutti dobbiamo tornare alla bellezza. Su questo però sono più ottimista che sulla dieta…

Anche la bellezza è cambiata.
Questo è vero. Ma non è detto che sia un bene. Nella storia il fine dell’arte è sempre stata la bellezza. E’ la regola del mondo, diciamo. Eppure negli ultimi 50 anni per la prima volta il fine dell’arte è diventato la novità. Un cambiamento radicale, che spiega tante cose e non tutte belle. Ma io penso che il fine dell’arte resti la bellezza, non la novità.

Anche in questo va d’accordo con l’imperatore Adriano.
È così. Per Adriano l’ordine del mondo è la prima bellezza. Per questo invitava a sentirsene responsabili, perché se faccio edificare qualcosa che non è bello avrò peggiorato il mondo. A Solomeo ho provato, e ne sono modestamente entusiasta.

Esiste una bellezza “italiana”?
Qualche giorno fa ero ospite al Teatro Palladio di Vicenza e poi a Sabbioneta. Non c’ero mai stato. Mi sembrano buone risposte alle tue domande. La bellezza italiana è eterna, immediatamente riconoscibile e vale in molti settori: l’abbigliamento, l’architettura, la meccanica, il cibo.

Da dove nasce questa idea?
Dalla storia e dall’emozione. Le città italiane risentono ancora dell’influsso di Adriano, Lorenzo, Vitruvio, Palladio. Sono loro ad aver elaborato i canoni che dall’architettura sono passati alla società e agli individui. Quando sei in Italia o un italiano è fuori dall’Italia si è riconoscibili.

Quali altri valori caratterizzano il nostro canone?
La famiglia, la spiritualità, la bella politica. Stiamo uscendo da una crisi umana più che economica, civile ed etica più che politica. E’̀ durata almeno 20 anni, forse 30. Ma come diceva Eraclito, mentre le cose riposano, il mondo si rigenera.

Lei è da sempre attento al mondo del lavoro. Dove va il lavoro, oggi?
Il lavoro è cambiato, profondamente: oggi l’artigiano per esempio di sartoria usa forbici e ago ma anche l’iPad per studiare i modelli e il laser per tagliare i tessuti. Accade ovunque si declini la nostra manifattura: dall’agrolimentare, all’aerospaziale, alla meccanica di pregio. E la sera i giovani raccontano di fare i baristi o i meccanici senza vergognarsene. Tutto ha riacquistato dignità morale. Questo è importantissimo. L’ho verificato nella mia azienda.

In che modo?
Da noi lavorano 1.300 persone. La loro età media è di 36 anni. Ho chiesto a un migliaio, i più giovani, di raccontarmi come vivono, in che cosa credono. E ho constatato che hanno una nuova consapevolezza su come usare il Creato. Io lo chiamo declino di un certo consumismo. Consumismo, d’altronde, è una parola brutta anche per Epicuro, che credeva che l’essere umano deve curare l’anima, cioè ricercare la sua felicità, e il corpo utilizzando tutto ciò che il Creato gli dona.

Epicuro però diceva che ci si fermava lì, che non si andava oltre.
Appunto. Il senso del limite. Lo stiamo ritrovando.

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