Innovazione ed eccellenza per andare lontano: perché investire in start up? – Nati Per

Innovazione ed eccellenza per andare lontano: perché investire in start up?

18 Lug 2018

 

Ne parliamo con Diana Saraceni, investitore finanziario di grande esperienza, co-founder e general manager di Panakes Partners, società di gestione dedicata agli investimenti in start-up europee del settore medicale.

Investire in start up: perché?
Innanzitutto per il ritorno economico dell’investimento! Sono un investitore finanziario e come tale devo garantire la performance dei fondi in gestione.
Ma investire in start up si porta dietro anche una serie di “effetti collaterali” che fanno bene all’ecosistema e al sistema paese. Vuol dire creare posti di lavoro specializzati, tendenzialmente per i giovani. Investire nel settore della salute poi significa anche contribuire ad innovare per migliorare la salute dei pazienti: un “effetto collaterale” dell’investimento meraviglioso, che dà anche una forte motivazione etica a quello che facciamo.
Non è però per un motivo etico che sono focalizzata nel settore del medical device. E’ un settore che in Europa ha caratteristiche fondamentali davvero favorevoli alla creazione di storie di successo. Le start up in questo settore si basano principalmente su due fattori, l’eccellenza tecnologica e la qualità della ricerca clinica; in Europa ed anche in particolare in Italia non manca né l’una né l’altra. Per la tecnologia, si pensi agli impiantabili ad esempio, l’eccellenza nell’elettronica, nella meccanica e nelle tecnologie dei materiali sono fondamentali. Per quanto riguarda la ricerca clinica, i Key Opinion Leader europei sono, oltre che molto preparati anche molto accessibili dal mondo delle start up, al contrario dei colleghi americani ad esempio.
Inoltre in Europa l’accessibilità al mercato è favorita da procedure per il marchio CE molto semplificate (la garanzia europea di qualità e sicurezza) il che costituisce un ulteriore elemento favorevole: per una volta siamo dalla parte giusta dell’oceano, basti pensare che spesso start up americane nel settore medicale spostano la propria sede in Europa proprio per queste condizioni di contesto.

Avrai visto un sacco di idee crescere e svilupparsi. Quali credi siano i tuoi più grandi successi?
In quasi 20 anni di Venture Capital ho avuto il privilegio di essere molto vicina ad alcune storie italiane ed Europee di grande successo; in particolare in Italia MutuiOnline e Yoox, investimenti dei primi fondi. Ma ho in mente anche storie meno note e comunque belle nel settore del medicale, ad esempio due start up europee, Invendo Medical  e BMI, con un bel ritorno finanziario su tecnologie che sono state sviluppate dal nulla, piuttosto che storie più sofferte come quella di Electro Power System, società che produce microreti e sistemi di stoccaggio, una storia molto travagliata che si è risolta comunque con il decollo della società e una happy end per l’investitore della prima ora. Sicuramente posso dire di avere imparato molto: a non mollare perché quando ci sono i fondamentali, quando c’è un team di eccellenza, si può puntare ad andare davvero molto lontano.

Qual è la tua ricetta per riconoscere l’innovazione vera da quello che è… “tutto fumo e niente arrosto”?
Un buon ingrediente è il classico concetto di “referenza”: per un investitore finanziario è sempre un’utile cartina tornasole verificare che coinvolte nel progetto ci sono già 3 o 4 persone di competenza ed esperienza; possono essere uno scienziato di grande fama così come il fondatore di una start-up di grande successo nel digitale, in altre parole advisor qualificati che hanno scelto di associarsi ad un progetto, si siano interessati, dedicati o l’abbiano in parte finanziato all’inizio.
Nel mio settore  poi è importante il medical need, in altre parole essere sicuri che l’innovazione serva facendosi domande molto pratiche. Per dare un esempio semplice nel mondo della diagnostica non vale quasi mai il principio “diagnostica prima, diagnostica meglio” perché poi quasi mai ci sono le soluzioni terapeutiche che danno un senso concreto all’aver diagnosticato prima.
Non bisogna innamorarsi troppo delle idee, perché se no si rischia di perdere il focus.

Secondo te l’Italia è davvero un paese di innovatori o abbiamo ancora molta strada da percorrere?
L’Italia è decisamente un paese di innovatori. Credo ci manchi più l’organizzazione, quindi il passaggio successivo. E poi ci manca un po’ di ecosistema, di storie successo e role model a cui ispirarci. Non c’è nessun motivo per cui non si possa eccellere in questo settore come in altri.

E se dovessi consigliare ad un’amica di fondare una start-up cosa le diresti? È possibile o il gender gap ha peso?
In questo settore? No, a nessun livello. Nel medicale non è un tema che si avverte perché c’è molta gender equality nella scienza. È forse più percepito nel settore digitale dove c’è la maschilità dell’ICT ed è possibile che ci sia una leggera percezione di sfiducia nel female founder, ma non credo sia determinante.

Venture capital, ovvero finanziamento delle fasi di avvio e sviluppo di una nuova impresa: secondo te è conosciuto abbastanza in Italia?
C’è sicuramente un gap di conoscenza tra gli scienziati ad esempio, anche solo in termini di conoscenza delle opportunità legate a questa forma di investimento. In altri settori invece ad esempio tra i giovani del digitale, è un termine quasi inflazionato.
Nel mio settore, in cui gli start upper vengono principalmente dal mondo degli scienziati e dal mondo dei medici, le modalità di accesso al venture capital sono quasi completamente ignote.  C’è in generale una mancanza culturale, c’è stato fino ad oggi poco coverage mediatico e a volte se ne è parlato in maniera non corretta. La parola venture a qualcuno ricorda il vulture financing, i fondi avvoltoi che investono in debito su asset distressed e quindi a volte siamo identificati come “quei cattivi del venture capital” … pensa te!
Sembra che comunque la situazione in Italia stia migliorando: lo dicono anche i numeri. Nel 2017 ci sono state operazioni per 200 milioni di euro, il 100% in più rispetto all’anno prima, perché c’è un grande ritorno di popolarità del settore e il trend si sta confermando anche quest’anno.

Se tornassi indietro, cosa vorresti fare? Qual era il tuo sogno da bambina?
Ho co-fondato due società di gestione fondi e da bambina volevo proprio fare l’imprenditrice … direi che mi è andata bene! Peraltro fare questo mestiere da imprenditore porta molta empatia per affinità con l’ecosistema. E poi portare all’imprenditoria persone di scienza che non ci pensavano proprio è un elemento di grande motivazione del mio mestiere.

Chiudendo con un tema più leggero, quest’estate sotto l’ombrellone libro o app?
Kindle o ebook o libro cartaceo per non stare troppo al telefono.
Un suggerimento? Un libro molto divertente sul mondo dell’innovazione è “Il più grande uomo scimmia del pleistocene”, in cui il protagonista guarda all’innovazione come dovremmo fare tutti, come piena di opportunità che possono trasformare il mondo.

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