NEET, quando la crisi diventa interiore – Nati Per

NEET, quando la crisi diventa interiore

28 Lug 2016

I risultati dello studio “Exploring the diversity of NEETS” dell’European Foundation for The Improvement of Living and Working Conditions dicono che l’Europa non è un paese per giovani.

Stanchi e sfiduciati, proprio nel momento più importante della vita, quello delle speranze e delle aspettative. L’Europa non sembra essere un paese per i giovani: almeno questi sono i risultati dello studio “Exploring the diversity of NEETS” dell’European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, dove per NEETS si deve leggere l’ultima categoria sociale della nostra epoca, i giovani – e purtroppo anche i meno giovani – “Not in Employement, Education or Training”.  Giovani cioè che non lavorano, non studiano e non sono dentro nessun programma di ricerca del lavoro, per le condizioni esterne ma soprattutto per uno spleen, una condizione esistenziale che li divora lasciandoli senza energia e speranze.

Profili diversi, realtà simili e amare

Questi ragazzi dell’Europa hanno profili diversi, ma tutti vivono la stessa amara condizione di inoccupati, una condizione che prima ancora di essere generazionale e sociale è individuale e psicologica. Oltre la metà degli inattivi in UE è disoccupato. Fra quelli che sostengono di voler lavorare (70%) solo una percentuale (56%) è registrato ai centri per l’impiego. Dati clamorosi, che in Italia addirittura peggiorano. Nel 2013 il 34.8% dei NEET era iscritto a un ufficio pubblico per l’impiego ma solo il 2.4% ha ricevuto assistenza sociale o finanziaria. Dai dati emerge che nel Belpaese gli “inattivi” sono soprattutto disoccupati di lungo periodo (26.3%), seguono i giovani con carichi familiari o altre incombenze. La percentuale dei disoccupati di breve periodo invece, anche se piuttosto alta, non è così rilevante rispetto al totale, arrivando infatti solo al 14.8%: dei disoccupati di breve data solo un quarto appare scoraggiato dalle estenuanti ricerche di lavoro frustrate.

Nel complesso, basandosi sullo studio della cooperativa “La grande casa” i dati non sono incoraggianti: la crisi economica che da sette anni imperversa sull’Italia ha fatto lievitare la percentuale dei NEET al 26%, molto oltre la media europea. Soltanto la Grecia risulta più in difficoltà di noi rispetto ai giovani disorientati, mentre Francia e Germania possono vantare percentuali molto inferiori.  Leggendo i dati in termini macroeconomici, i NEET italiani potrebbero aggravare il Pil del 6,8%.

Le cause di un disagio sociale

Sebbene gli studi sui Neet si siano moltiplicati, non è stata ancora definita una causa, né specifica né generale, capace di spiegare tutto l’arco della problematica. All’origine del disagio ci sarebbero ovviamente gli ambienti sociali e individuali in cui un giovane cresce, prima di tutto la famiglia, poi la città o la regione, quindi la scuola. In questa prospettiva, un ragazzo inattivo su quattro ha vissuto esperienze di abbandono scolastico, una famiglia con un basso livello di istruzione o anche un contesto affettivo e simbolico dove l’istruzione non è considerata una priorità.

Il ruolo della formazione permanente, unica strada d’uscita

L’istruzione, soprattutto se continua dopo il tradizionale iter scolastico è dunque l’unica possibile soluzione. Per i giovani di buona parte dell’Unione europea studiare resta la migliore forma di prevenzione e assicurazione contro le disavventure della società e dell’economia, come le crisi e la conseguente disoccupazione. Una vera e propria speranza per il Sud Europa, dove in NEET sembrano essere molto più preparati rispetto alla media europea.

 

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