Non solo terremoti. Rischio e business continuity nel Belpaese – Nati Per

Non solo terremoti. Rischio e business continuity nel Belpaese

21 Set 2016

“Le cose che non speri accadono di più di quelle che speri”, scriveva Plauto nella Mostellaria. E pensando che viveva in quella che sarebbe diventata l’Italia non aveva tutti i torti. Ventidue secoli dopo, il Belpaese resta un luogo ad alto rischio, come ha dimostrato l’ultimo terremoto, uno dei tanti allarmi in cui la società italiana vive da sempre anche se spesso non lo ricorda.

Un esempio all’arrivo dell’autunno. Il complesso dei report del Joint Research Centerdell’Unione europea ribadiscono che davanti alle perturbazioni l’Italia è il paese più a rischio d’Europa. “In base ai dati complessivi non aggiornati al 2016 di Fonte Ispra”, ha dichiarato a Greenreport.it il professor Domenico Guida, docente di geomorfologia dell’università di Salerno, “in Italia le frane sono ben 528.903. Solo nel 2015 abbiamo avuto oltre 200 eventi principali. Le aree a pericolosità da frana elevata in Italia sono pari a  12.218 km2. Più di cinque milioni di persone risiedono in aree a rischio elevato, mentre le imprese sono più di 79.000 e il 18% dei Beni Culturali italiani è a rischio frane, mentre sono40.000 i Beni Culturali in aree a pericolosità idraulica  e 9 milioni di persone risiedono in aree a pericolosità idraulica”.

Secondo questi calcoli, le piccole e medie imprese a rischio calamità naturali in Italia sono oltre 576.000. A questi dati se ne aggiungono altri che fanno pensare: le quantità di suolo erose dal dissesto idrogeologico non possono essere facilmente recuperate, necessitano costi altissimi e quindi gravano sull’economia complessiva italiana. “Per recuperare un solo centimetro di suolo”, continua Guida, “occorrono, in alcuni casi, ben 100 anni. Lo stato di dissesto idrogeologico non può essere affrontato in termini riduzionisti e settoriali, altrimenti si rischia di non tenere conto delle altre pericolosità e rischi naturali. Condizioni che in altre nazioni vengono definite “multi-rischio”.

Purtroppo idrogeologico e sismico solo soltanto due dei possibili rischi naturali d’impresa, a cui se ne aggiungono molti altri legati al lavoro, alla criminalità, e ai mercati. Da cui la domanda è d’obbligo: come garantire la business continuity con processi strategici che permettano di avere risposte positive di fronte a qualunque blackout che abbia impatto sul core dell’azienda? Come garantirsi insomma di non perdere tutto continuando a mantenere un livello di servizio e funzionalità? Uno studio realizzato su 257 imprese dal consorzio Cineas del Politecnico di Milano e da Mediobanca non lascia dubbi. Le aziende in grado di gestire il rischio – naturale, finanziario, geopolitico, reputazionale, ecc. – registrano un aumento della redditività del 20-30% rispetto alle concorrenti che non sanno farlo o non mettono in capo strumenti adeguati. Procedure che alla fine non incidono molto sui costi, perché valgono il 3,5% del fatturato ovvero intorno ai 2 milioni di euro all’anno.

La cultura della business continuity è una cultura della prevenzione ed è stata elaborata negli anni in alternativa a quella della “disaster recovery”, l’insieme dei processi e delle tecnologie messi in essere di fronte all’emergenza, per ripristinare sistemi, dati e infrastrutture necessarie all’erogazione dei servizi principali dell’azienda

Walter Mariotti per newsroom

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