Paralimpiadi, non solo una rivincita sull’handicap – Nati Per

Paralimpiadi, non solo una rivincita sull’handicap

19 Set 2016

“Lo sport non deve essere praticato per esorcizzare un handicap ma deve essere l’occasione per conoscere se stessi”. La testimonianza di Chiara Vogliolo di AXA

Aldilà dei risultati conseguiti dagli atleti paralimpici sulle cui prestazioni in questi giorni si concentra l’attenzione mediatica, credo che ogni volta le Paralimpiadi offrano a noi disabili e a tutti gli altri, uno stimolante e provocatorio spunto di riflessione su quale sia la chiave interpretativa più appropriata con cui vivere il rapporto tra deficit fisico e attività sportiva, ad ogni livello e nelle sue forme più svariate.

Se lo sport viene vissuto e praticato per mascherare il rifiuto della propria condizione e il desiderio inconscio di esorcizzarla dimostrando a se stessi ed al mondo la propria abilità nel nuoto, nella corsa, nel salto, si rischia di giungere al punto di compromettere l’armonia e la serenità interiore, generando un’ansia da prestazione implacabile e mai appagata. Perché alla fine della prova più o meno spettacolare, quando cala il sipario e si ritorna inevitabilmente nella dimensione dell’ordinaria quotidianità, l’handicap rimane quello di prima.

Forse, il modo migliore attraverso cui le persone “diversamente abili” possono rapportarsi all’attività sportiva godendo a pieno dei preziosi benefici che ne derivano soprattutto sotto il profilo psicologico, è invece quello di non esercitarla per una spasmodica ricerca della perfezione o per  ingaggiare una lotta con la propria minorazione fisica, ma piuttosto per sfruttare al meglio le qualità racchiuse nel proprio corpo con lo scopo di sperimentare e contemplare la ricchezza di alcune esperienze altamente positive offerte dalla vita e a cui lo sport apre l’accesso.

Così anche la pratica sportiva può diventare per noi un’opportunità per valorizzare la nostra esistenza e la nostra persona in tutti i suoi tratti, handicap incluso. Io, ad esempio, ho sempre amato sciare a livello amatoriale e fare escursioni in montagna arrivando a discreti traguardi. Ho sempre coltivato queste passioni non perdendo mai la lucida e piena consapevolezza dei limiti connessi alla mia totale cecità, arrivando dove ho potuto e accettando realisticamente e serenamente l’oggettiva impossibilità a spingermi più oltre. Tutte le volte che grazie ad una lunga camminata o a una bella “passeggiata sciistica” lungo le piste di fondo rinnovo il mio stupore e la mia gratitudine per la bellezza della neve, del sole, del vento, del silenzio e del rumore  prodotto da un piccolo torrente, insomma del creato che mi circonda, raggiungo l’obiettivo più importante, e che più conta per me.

Ben vengano comunque gli atleti paralimpici con tutta la loro tenacia, determinazione e bravura purché sappiano trarre spunto dal loro esempio per testimoniare con forza che si può amare la vita e vivere in pienezza nonostante e soprattutto con la disabilità, anziché allinearsi e omologarsi acriticamente al presupposto fin troppo scontato, per cui occorre fare tutto e di più per nascondere e se possibile eliminare alla radice, ogni difficoltà e sofferenza umana.

Chiara Vogliolo AXA Italia per newsroom

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