Perché i buoni propositi sono difficili ma importanti. E perché bisogna farli, comunque – Nati Per

Perché i buoni propositi sono difficili ma importanti. E perché bisogna farli, comunque

22 Set 2016

Vecchia storia, i buoni propositi. Fanno sentire meglio, ma dura poco perché realizzarli è (sempre) complicato. Al punto che non vengono (mai) messi in pratica. Per le statistiche dopo sei mesi oltre la metà ha già abbandonato. L’altra metà, dopo un anno non si ricorda nemmeno cosa si era promesso.

Dal dire al fare: chiarezza, circoscrizione, metodo

Per sfuggire al circolo vizioso della crisi di autostima, occorre chiarirsi le idee, con un’autoanalisi semplice ma sincera. Perché facciamo il proposito di passare più tempo con la famiglia? Cambiare lavoro? Dimagrire? Sono desideri profondi questi o invece il tentativo di adeguarsi all’immagine che il mondo ci rimanda? E quanto ci gioca il senso di colpa? Solo dopo aver fatto questo screening sarà possibile provare a mettere in pratica un buon proposito, perché altrimenti il rischio è che il meccanismo si ribalti e l’autostima, il senso di inadeguatezza e il giudizio divengano sintomi. Incidendo nel nostro equilibrio psicologico e fisico.

1. Selezionare gli obiettivi e smettere di procrastinare

L’unico segreto dei buoni propositi è saper scegliere gli obiettivi, facendoli risuonare nel proprio interno. Il successo arriva a piccoli passi. E al tempo opportuno, che deve essere modificato a seconda della propria fisionomia. E’ l’unico modo per interrompere la procrastinazione. Quindi, valutare le risorse – ognuno ha le proprie –  e comportarsi di conseguenza. Nel tracciare un percorso tra bisogni e desideri si scopre che nel mezzo s’incontra sempre la realtà, che del resto è l’unica possibilità per razionalizzare e verificare la distanza tra quello che pensiamo di volere e quello che vogliamo davvero. I buoni propositi quindi sono prima di tutto un modo funzionale di riprendere forza ed energia, per “centrarsi” sulla motivazione e passare all’azione in maniera possibile e non ideale. Smettendo di rimandare a domani quello che si può fare oggi.

2. Ringraziare, sorridere e pensare di potercela fare

Studi di prestigiose università dimostrano come dire grazie a tutti e sorridere nella maggior parte delle circostanze migliora i pensieri e accelera i processi di cambiamento. Amy Cuddy, psicologa della Harvard Business School, ha dimostrato qualcosa di incredibile: se pensare di poter riuscire in qualcosa aiuta a riuscirci davvero, perché la mente influenza il corpo, agire come se si fosse in grado di riuscirci aiuta a realizzarlo, perché il corpo influenza la mente. Un principio che sembra valere sia quando le cose vanno bene sia quando tendono al peggio.

3. Scrivere una lista o tracciare una mappa, come i monaci medievali

Se la volontà è energia che viene resa più forte dai pensieri, le strategie di concentrazione sono parte integrante dell’energia. Una cosa del resto è pensare ai propri obiettivi, un’altra è verbalizzarli, un’altra ancora è scriverli e metterli in un posto centrale della propria vita. Non tanto per ricordarli, quando per dargli uno spazio e una centralità, che rafforzano la volontà. Era il criterio dei monaci medievali, con cui San Benedetto ha fondato il suo ordine e realizzato il primo nucleo dello sviluppo dell’Occidente.

Parole d’ordine: realismo, dedizione e disciplina

E’ importante non scambiare i buoni propositi, che devono comunque essere sempre alla nostra portata, con l’ossessione di cambiare vita, o peggio di cambiare se stessi. Il realismo è la base del buon proposito, perché altrimenti siamo nel delirio e si entra in un circolo vizioso, fatto d’ipotesi irraggiungibili, successivi fallimenti e frustrazioni finali. Un percorso noto che può veramente creare problemi. Dopodiché occorre disciplina, vale a dire un protocollo di procedure per mettere in atto la volontà, e soprattutto dedizione, cioè perseveranza che è vera la chiave di tutto. Sembra più difficile di quello che è, però all’inizio non è semplice.

Mai sottovalutare l’ippocampo

In termini neurofisiologici, il buon proposito ha una traduzione semplice: rimandare a domani la gratificazione che potremmo avere oggi. E qui iniziano i problemi, perché entra in gioco l’ippocampo, quella parte del cervello situata nel lobo temporale che è sede della memoria, dunque del ricordo del piacere. L’ippocampo lotta contro se stesso: la parte frontale e laterale fa resistenza sulle altre, che vogliono cedere alle tentazioni. E’ un esercizio che si deve praticare fin da piccoli, ma come il jogging o il training se perseguito da soddisfazioni, perché un chilometro in più alla settimana è un rinforzo positivo, una piccola grande gratificazione che il buon proposito ci regala. Di più: un regalo che facciamo a noi stessi e che di fa vedere dove possiamo arrivare.

Walter Mariotti per Newsroom

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