Smart-city o megalopoli? Come conciliare il futuro e la disabilità – Nati Per

Smart-city o megalopoli? Come conciliare il futuro e la disabilità

09 Feb 2017

Smart-city o megalopoli all access? In altre parole, come conciliare soluzioni urbane intelligenti e sostenibili per lo stile di vita contemporaneo per disabili e fasce protette quando la tendenza, come ha ben spiegato la sociologa americana Saskia Saassen è quella dei conglomerati urbani di dimensioni sempre crescenti, che nel prossimo futuro sostituiranno gli stati e il loro PIL? L’unica possibilità è l’innovazione applicata a ridisegnare lo scenario delle funzioni e delle possibilità urbane in chiave facilmente fruibile e sostenibile, soprattutto per le categorie più deboli, fra cui appunto anziani e disabili, che soprattutto nell’Occidente avanzato sono in aumento. La città del futuro infatti al di là delle sue dimensioni, sarà articolata in settori e funzioni per conciliare non solo scelte sostenibili ed ecologiche ma soprattutto l’uguaglianza e la condivisione, ovvero la condivisione del concetto di cittadinanza attiva.

Un buon punto dipartenza è la città di Boston, da sempre hub culturale ed educativo ma anche meta social, ricca di storia e di eleganza. La più europea, come si dice, delle città americane, è stata la prima al mondo ad adottare una panchina fotovoltaica nata per permettere ai visitatori di parchi e aree verdi di ricaricare senza spesa e facilmente lo smartphone. Non solo: Boston è all’avanguardia nelle soluzioni per non vedenti. Al semaforo, per esempio, non c’è solo il sistema sonoro ma anche una freccia particolare che indica la direzione iniziando a vibrare per indicare il via libera per passare.

shutterstock_572303806Rimanendo sempre negli States c’è il caso New York. La città che ha dato la linea all’idea di futuro del XX secolo si candida ad esserlo anche nel XXI, concorrendo con le rivali asiatiche e nordeuropee. Nella Grande Mela un’innovazione che ha fatto parlare è il recupero dei cosiddetti brown fields, ovvero delle zone dismesse dentro la città, come fabbriche e magazzini, che vengono riadattate con soluzioni e materiali all’avanguardia per scopi sociali ma anche privati. Inoltre, a New York si notano piccole ma significative invenzioni, come l’idea di trasformare le vecchie cabine telefoniche in una rete di connessione wi-fi veloce. Un concetto analogo a quello che, sull’altra parte dell’America sta trasformando San Diego, la capitale della tecnologia che ha varato un Climate Action Plan per raggiungere, entro il 2035, una riduzione dei consumi di acqua potabile del 30 % e portare la produzione di energia a sole fonti rinnovabili. Nel nord est del paese, in Vermont, la cittadina di Burlington ha già raggiunto un traguardo che la pone al di sopra del livello delle grandi megalopoli: la totale produzione di energia da fonti alternative e rinnovabili. A differenza per esempio di Hong Kong che sta lavorando alla riduzione dei gas serra del 50% entro il 2020.

Anche nella vecchia Europa si presentano interessanti novità. La prima edizione delle città “all access” ha visto la partecipazione di oltre duecento comuni, in cui si sono distinte Avila, Salisburgo, Berlino, Göteborg e Borås, mentre l’hanno scorso è stara selezionata Milano, grazie anche alle soluzioni per l’Expo. Vedremo quest’anno chi saprà mettere in campo migliori idee.
In ogni caso, se Londra ha interpretato il progetto newyorkese delle cabine telefoniche in punti di ricarica per smartphone alimentati però da energia solare, a Malmo, in Svezia è in corso un progetto di vaste dimensioni di riqualificazione urbana che opera secondo cinque parametri fondamentali: architettura sostenibile, aree verdi urbane, efficienza energetica, banda larghissima e soluzioni di trasporto alternative e avveniristiche. E anche i paesi da poco entrati nella unione si fanno notare, come la Polonia dove a Kisielice tutta l’energia è prodotta da fonti rinnovabili.

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