Spagna e Italia, un duello all’ombra della storia – Nati Per

Spagna e Italia, un duello all’ombra della storia

27 Giu 2016

Italia-Spagna è un classico, e non solo calcistico. Siamo cugini e ci somigliamo molto, e così, tra di noi, ce la giochiamo in tutto, da sempre.

Si comincia da lontano. Quando noi avevamo Catullo, loro rispondevano con Marziale. Se noi ci facevamo la frittata loro preferivano la tortilla, noi avevamo il palio e loro la corrida. Non basta: da noi spopolava Sofia Loren, loro mettevano su Lucia Bosè. Noi avevamo il genio di Dante e la Commedia, loro quello di Cervantes e Don Chisciotte. Noi spopolavamo con le beffe di Caravaggio, loro rispondevano con quelle di Goya.
Si potrebbe continuare all’infinito, quindi è meglio tornare al pallone.
Quando l’Italia vinse il più bello di tutti e quattro i titoli mondiali conquistati, l’11 luglio 1982, allo stadio Santiago Bernabéu, la Spagna non era ancora una superpotenza calcistica, tanto meno un luogo dove trasferirsi per godersi la vita.
Le “furias rojas” di rosso avevano solo la maglia e di furioso niente, a malapena avevano passato il primo turno, per spegnersi definitivamente nelle fasi successive. Il passato era troppo ingombrante e fresco, troppo difficile da deglutire. Il regista Pedro Almodóvar aveva girato Pepi, Luci, Bom y otras chicas del montón, che in Italia si sarebbe chiamato Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio. Una rivoluzione, che avrebbe cambiato per sempre il cinema, non solo iberico. Al di là dei Pirenei, però, non se lo filava nessuno quel Pedro. 
Eppure, il decennio dorato stava per prendere il sopravvento, facendo della Spagna la terra della movida progressista, trasformando Barcellona e Madrid nelle città dove tutti desideravano trasferirsi, mentre nel tramonto dell’Italia da bere si andavano affermando le ombre della crisi, con un retrogusto piuttosto amaro. Da allora, Italia-Spagna è un classico di odio amore, di invidia reciproca e crescente per fra due popoli cugini: gli spagnoli emersi con grande energia e voglia di rivincita, gli italiani che dopo gli anni di piombo e l’edonismo anni Ottanta cercavano una nuova dimensione. Gli spagnoli non li vedevamo più come italiani sfortunati ma, al contrario, meno tristi e rassegnati, il paradigma di come avremmo potuto essere.
Da allora, sono tornati in auge i proverbi sulla natura godereccia degli spagnoli. Luoghi comuni hemingwayani, già diffusi a partire da Tito Livio: “Beati Hispani quibus bibere vivere est”, gioco di parole latino sul suono simile che hanno la b e la v in castigliano.
In questo incrocio di alti e bassi congiunturali ed epocali, italiani e spagnoli non riescono a starsi antipatici come avviene a volte con i francesi. La frase di Brera secondo cui il risotto milanese è una “paella dei poveri”, una paella senza carne né pesce, ereditata durante la dominazione spagnola, non ha mai fatto arrabbiare nessuno, nemmeno in Lombardia. Neanche Manzoni è riuscito a farci odiare gli spagnoli (i quali a scuola non passano anni con la testa tra le pagine noiose dei Promessi sposi ma si divertono con Don Chisciotte). Neanche la rissa Valentino Rossi – Jorge Lorenzo nel motomondiale dell’anno scorso, le scorrettezze e le squalifiche.
Nel frattempo è cambiato di nuovo tutto. La Spagna ha sentito la crisi globale in modo molto profondo, dopo decenni di crescita. Tassi di disoccupazione feroce hanno messo in discussione l’idea di trasferirsi, anche se la Spagna resta la meta preferita per gli studenti Erasmus.
Nel frattempo, Ferran Adrià ha chiuso El Bulli stufo di collezionare stelle Michelin, per dedicarsi alla ricerca. Almodóvar è diventato più ripetitivo di Woody Allen. Solo nel calcio gli spagnoli hanno continuato a dominare in lungo e in largo. Sono i nostri cugini, ci vogliono bene e si sentono vicini a noi, nel bene come nel male. In tutto, salvo che nel calcio, dove ci umiliano senza pietà anche se senza cattiveria. Ci sono notti in cui destini delle nazionali e delle nazioni si incrociano e la favola rossa degli spagnoli per noi si tinge di “azzurro tenebra”, per dirla con Giovanni Arpino.

La lezione ucraina, la finale di Euro2012, brucia ancora. 4-0 per dirla in termini aritmetici. Potevano essere anche 5 o 6. Speriamo bene, per stasera.

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