Superare i propri limiti: questo è vincere. Colloquio con Julio Velasco – Nati Per

Superare i propri limiti: questo è vincere. Colloquio con Julio Velasco

17 Feb 2017

Julio Velasco è la cosa che si avvicina di più a un mito di oggi.

Un uomo normale capace di fare cose straordinarie. Tutto qui.

Argentino naturalizzato italiano, Velasco non è soltanto il più grande allenatore della pallavolo di ogni tempo, con incursioni indimenticate nel calcio. Velasco è soprattutto un fine osservatore, un esperto dell’animo umano, un estimatore del carattere che resta, per lui, alla base di qualunque attività umana. Sia quelle dove si vuole raggiungere un obiettivo, come lo sport, il lavoro, la carriera, sia quella dove l’obiettivo è più importante: noi stessi. Conoscersi, accettarsi, migliorarsi. Di questi e altri tempi centrali nella sua e nella nostra vita, Julio Velasco ha parlato con l’AXA Newsroom.

 

Velasco, lei ha vinto quasi tutto. Come si fa? Come si sviluppa una mentalità vincente?

Banalmente: vincendo.

Facile a dirlo, per lei.

Crede? Molti pensano che vincere sia battere gli avversari. Ma non è questo, o meglio non solo. Vincere significa prima di tutto superare i propri limiti. Questa è la prima vittoria e direi quella più importante, che occorre sempre fare, non solo quando si vuole imparare a sciare a sessant’anni. Vincere è superare se stessi, gli altri vengono molto dopo.

La vita è uguale o diversa da uno sport?

E’ quello che ci vogliono far credere, la vita come un campionato, lo sport metafora della vita.

Non lo è? Eppure molti lo pensano.

Non lo è per niente. Nel campionato non basta fare le cose bene, bisogna farle meglio degli altri, altrimenti si perde. Questo è lo sport. Nella vita invece non è così. Se si perde una palla o due non si è perdenti, come ci vogliono far credere. Ecco, lo sport diventa una scuola di vita solo se serve a imparare a perdere, oltre che a vincere. Imparare a vincere fa capire che è necessario sacrificarsi, dare importanza alle cose importanti e a quelle meno importanti. Imparare a perdere serve a capire che nello sport, ma soprattutto nella vita non si può vincere sempre. Vittorie e sconfitte si alternano e bisogna imparare a viverle nello stesso modo.

Niente alibi, quindi.

L’alibi è molto umano. E’ normale. L’importante è accorgersi quando diventa nocivo, un riflesso condizionato che non permette il cambiamento e l’approfondimento degli errori.

Faccia un esempio.

Se schiaccio male la palla non posso dare la colpa agli altri. Non posso dire di aver schiacciato male perché il compagno di squadra mi ha passato male la palla, anche se è vero. Finirei con il dare la colpa alla poca luce, quindi all’elettricista che ha lavorato male…

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Che cos’è allora un alibi?

E’ mancanza di consapevolezza. È giustificare il fatto di non riuscire a fare qualcosa con il  non poterci fare niente, il non poter modificare la situazione.

Come i bambini?

Attenzione. I bambini hanno uno straordinario rapporto con l’alibi, che insegna molto. Per esempio nel rapporto con le tecnologie: quando sono da soli e vedono che quello che fanno col computer non funziona, sanno che dipende da loro, non dal computer. E prima di perdere la pazienza e andare dal babbo, riprovano, riprovano, riprovano. Quando invece sono presenti gli adulti entrano in gioco fattori emozionali e le cose cambiano. Non sono più sicuri che la colpa sia loro. Un’evidente prova che la condivisione del fallimento è più difficile da tollerare e accettare.

Allenare è sabotare gli alibi?

Esatto. L’alibi è semplicemente un modo di spiegare le cose, attribuendo la responsabilità non a sé stessi ma a qualcos’altro, a qualcosa che non si può controllare e che limita la creatività. Al contrario è noto e provato che la creatività si sviluppa, nella storia del mondo come in quella personale, proprio per risolvere problemi esterni che vanno oltre le proprie possibilità.

Lei è anche un esperto di leadership. Come la definirebbe?

Un processo complesso, perché l’essere umano non è solo razionalità, ma anche emozione. Oggi le ricerche confermano questa inscindibile unione. Quindi non si può mai separare la tecnica dal modo, i contenuti dal meccanismo di trasmissione. Questo per me è l’unico vero segreto della leadership. E questo è il grande mistero che ogni leader elabora in proprio. Tenendo presente che non tutti riescono a diventare leader, ma che di certo ognuno di noi un po’ lo è.

Ormai è italiano da molto tempo, anche se vive metà dell’anno in Argentina e prima in Iran. Cosa pensa degli italiani?

La caratteristica degli italiani che continua a colpirmi è la loro capacità di essere straordinari nelle emergenze e ordinari nella normalità. Una capacità unica, direi. Nessuno è come gli italiani nel momento cruciale e nessuno, all’opposto, è come loro quando nulla accade. I motivi non sono riuscito ancora a capirli, ma dopo quasi trent’anni penso che al di là delle lamentele, che sono parte dell’habitus culturale, in Italia si vive benissimo. E’ un posto di una bellezza incredibile, anche dove sembra meno bello. Il clima è fra i migliori del mondo, il cibo è straordinario, il territorio unico, la gente incredibile. Questo fa la differenza, anche in negativo.

Cosa farebbe se fosse il coach degli italiani?

Proverei a spiegare loro che dovrebbero imparare a considerare che le cose cambiano, che il rischio esiste e che le cose non sempre sono come si vorrebbe. La globalizzazione per esempio cambierà molto anche l’Italia. Per questo occorre iniziare a vedere non solo i limiti ma anche le opportunità del proprio Paese e della propria vita. Attrezzandosi per vivere meglio prima dell’emergenza.

Riuscirebbe a trasformarli nel dream-team?

Quando mi dicevano che eravamo il dream team rispondevo sempre che non eravamo la squadra dei sogni, ma una squadra che sogna. Sognavamo di vincere, facevamo di tutto per vincere e accadeva quasi sempre che vincessimo.
Se non avessimo vinto non ci saremmo comunque considerati dei perdenti. Mai. Avevamo fallito un obiettivo, ma questo non significava non valere niente.
Questo cercherei di spiegare agli italiani, soprattutto ai giovani che a volte mi sembra rinuncino ai sogni ma credano alla mitologia del perdente e del vincente.

Cosa direbbe quindi a un giovane?

Solo questo. Cerca di vincere il più possibile, ma non credere che il mondo si divida fra chi vince e chi perde. Il mondo si divide fra persone perbene e persone non perbene, anche se a volte le prime perdono e le seconde vincono. Ma questo è proprio quello a cui ci si deve preparare andando avanti più forti e sicuri di sé.

 

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