Webete e gli altri. Come cambia (in fretta) il linguaggio con i social – Nati Per

Webete e gli altri. Come cambia (in fretta) il linguaggio con i social

30 Ago 2016

C’è una parola che da qualche ora è entrata con forza nel vocabolario della rete e che presto potrebbe far parte anche di quello tradizionale. E’ “webete” una crasi tra web ed ebete coniata dal direttore del Tg La7 Enrico Mentana in un momento di rabbia social su Facebook. Ecco il messaggio che in poche ore ha fatto il giro del web e ha posizionato la parola (diventata immediatamente hashtag) in testa ai trending topic di twitter.

“Mi stavo giusto chiedendo se sarebbe spuntato fuori un altro così decerebrato da pensare e poi scrivere una simile idiozia”, commenta il giornalista. “Lei pensa che il prossimo le sia simile. Ma non c’è distanza maggiore che tra il virtuoso e il virtuale: eppure per lei se uno non grufola contro gli invasori è un fake. Lei è un webete.” 

Mentana se la prende con un utente che, rispondendo a un suo post su Facebook, lo contestava polemizzando sugli immigrati che stanno negli hotel di lusso mentre i terremotati dormono in tendopoli. In poche ore sono stati in centinaia a condividere il suo status e a ringraziare il direttore per aver coniato una parola che definisce perfettamente “un povero minus habens del Web” che scrive tutto quello che gli passa per la mente sui social sottovalutando l’impatto che le sue parole possono avere nel mondo virtuale e reale.

Mentre il termine si trasformava in hashtag è comparsa a tempo di record una petizione su Change.org per convincere l’Accademia della Crusca ad introdurre la parola nel dizionario. Prontamente la redazione ha risposto:  Grazie a tutti per le segnalazioni di #webete. Se continuerete a usarlo, sicuramente potrebbe venire registrato nei vocabolari!

Sono tante le parole che ogni giorno gli utenti segnalano al sito dell’Accademia della Crusca, un’istituzione tutt’altro che polverosa se si pensa che può contare su quasi 50mila follower su Twitter. Ma, come hanno sottolineato dalla redazione, è solo l’uso frequente e diffuso che dà a una parola il “diritto” di entrare a piento titolo a far parte della lingua. Proprio per questo stanno aspettando di essere promosse a neologismi, parole come docciarsi, apericena, ciaone, skillato, taggare, spoilerare, impiattare.

La rivoluzione che cambia la lingua italiana

Sono in molti a sostenere che con l’arrivo dei social anche il linguaggio, oltre alla comunicazione, si stia trovando di fronte a una rivoluzione importante e irreversibile. E’ cambiato il modo di rappresentare la realtà e dunque anche quello di esprimersi. Del resto, avverte l’antropologo Marino Niola nel libro #Hashtag, cronache da un paese connesso “i grandi passaggi epocali hanno sempre prodotto un sobbalzo nella lingua, un cambio di regime e di destinazione delle parole, nonché del loro rapporto con la realtà. In breve le parole vengono ormai a noi, per parlare in nostra vece”.

Cambia il modo di comunicare, cambia il modo in cui si scrive e quello in cui ci si esprime in contesti lavorativi e formali. Quante volte nelle mail ricorrono termini, come Asap, schedulare, call, che farebbero sobbalzare un purista della lingua italiana?
E’ l‘Italia dei social network, del nuovo linguaggio, con le sue regole, i suoi vantaggi, e anche gli inevitabili pericoli. La comunicazione digitale, infatti, non è ancora stata metabolizzata e rischia di escludere chi non la parla e non la comprende. E’ necessario  e inevitabile insegnarla e va resa commestibile a un pubblico ampio. Sottolinea Niola: “Oggi siamo solo all’inizio dell’evoluzione di homo digitalis ma credo che l’avvio di un processo di “civilizzazione” – e di regolamentazione – della rete sia solo questione di tempo”.

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